#Venezia83: Primetime (2026), recensione in anteprima: la mercificazione del dolore come carburante per l’ego

To Catch a Predator è uno di quei programmi televisivi capaci di trasformarsi in un vero e proprio fenomeno culturale, andando ben oltre i confini degli Stati Uniti e rimanendo impresso nell’immaginario collettivo anche a distanza di vent’anni. Il volto di Chris Hansen, le sue incursioni nelle case dei predatori e quella particolare forma di umiliazione pubblica divenuta intrattenimento hanno contribuito a definire una certa idea di true crime televisivo. Primetime di Lance Oppenheim parte proprio da questo fenomeno, ma invece di costruire il classico biopic celebrativo sceglie di trasformarlo in qualcosa di molto più inquietante e imprevedibile.

Ambientato nel 2006, quando To Catch a Predator è ormai diventato una macchina dagli ascolti vertiginosi, il film segue Chris Hansen nel momento in cui la ricerca dello scoop definitivo comincia a trasformarsi in un’ossessione. Il passaggio alla fascia della prima serata, la competizione con giganti televisivi come Lost e Survivor e la necessità di trovare continuamente qualcosa di più impattante diventano il carburante di un sistema incapace di fermarsi. Hansen non cerca più soltanto di catturare dei predatori: vuole scovare il caso che possa consacrarlo definitivamente.

Lance Oppenheim non si limita a raccontare la nascita di un programma televisivo, ma osserva il modo in cui la fama può trasformarsi in una forma di dipendenza. Il pubblico adora Hansen, lo riconosce per strada, gli racconta cosa avrebbe fatto al suo posto e alimenta continuamente la sua convinzione di essere diventato qualcosa di più grande di un semplice conduttore televisivo. Attorno a lui si forma quasi un culto, mentre la distanza tra giustizia, voyeurismo e spettacolo diventa sempre più difficile da individuare.

Il film è infatti attraversato da una sensazione costante di disagio. C’è una componente drammatica, ma anche una vena di satira nera e grottesca che rende l’intera vicenda quasi surreale. Primetime sembra continuamente sul punto di esplodere, proprio come la macchina televisiva che racconta: un sistema costruito sulla necessità di trovare sempre un caso più scandaloso, una vittima più esposta, un momento più scioccante. E il fatto che questa spirale conduca inevitabilmente al caso di Bill Conradt rende il crescendo ancora più angosciante.

Uno degli aspetti più riusciti è proprio il modo in cui il regista evita di trasformare le operazioni di To Catch a Predator in una semplice celebrazione della giustizia. Il film mostra anche gli aspetti più disturbanti delle indagini e le misure sempre più estreme adottate dalla produzione per ottenere il proprio momento televisivo, lasciando emergere le contraddizioni morali di un format che trasforma situazioni reali e persone reali in spettacolo. La frenesia narrativa non lascia quasi mai il tempo di respirare: proprio come Hansen e la sua squadra, anche lo spettatore viene trascinato verso il prossimo caso, il prossimo predatore, il prossimo picco di ascolti.

A rendere questo climax ancora più efficace è il cast. Robert Pattinson offre una delle interpretazioni più trasformative della sua carriera, non limitandosi ad imitare Chris Hansen. Ne cattura la voce, la gestualità e quella particolare sicurezza televisiva, ma soprattutto costruisce il lato dell’uomo che le telecamere non mostrano: l’ego, l’ambizione e la crescente convinzione di essere intoccabile. È una performance volutamente caricata, ma sorprendentemente stratificata, capace di rendere Hansen tanto affascinante quanto inquietante.

Merritt Wever è altrettanto notevole nei panni di Andie Bender, produttrice fondamentale nella costruzione del fenomeno televisivo. La sua ambizione finisce per diventare lo specchio di quella di Hansen, creando una dinamica in cui entrambi sembrano alimentarsi a vicenda nella loro ricerca di qualcosa di sempre più grande. Skyler Gisondo, invece, introduce una dimensione ancora più tragica attraverso Dan Plumb, giovane aspirante attore trasformato in “Decoy Dan”: un ragazzo che pensa di aver finalmente trovato la sua occasione a Hollywood e si ritrova invece ad offrire ripetutamente se stesso come esca, pagando progressivamente il prezzo psicologico di quel lavoro.

Anche sul piano visivo, Primetime è notevole. La fotografia di David Bolen sfrutta una grana che restituisce immediatamente l’estetica dei primi anni duemila, alternandola alle immagini delle telecamere di sorveglianza con un’identità visiva sorprendentemente curata. Il montaggio frenetico e la colonna sonora pulsante contribuiscono a trasformare il film in un vero thriller, mentre la scenografia ricostruisce con grande precisione l’atmosfera delle case e degli interni dell’epoca.

Il risultato è un film che parte dalla storia di To Catch a Predator per parlare, in realtà, di qualcosa di molto più ampio. Primetime racconta la nascita di una macchina mediatica che ha imparato a nutrirsi dello scandalo e, soprattutto, di un pubblico disposto a seguirla sempre più in profondità. È una storia sulla fama, sull’ego e sulla ricerca incessante dell’attenzione, ma anche sul nostro rapporto con ciò che scegliamo di guardare quando la sofferenza e il disgusto vengono confezionati come intrattenimento. Proprio per questo il film riesce a essere così disturbante: non si limita a chiedersi fin dove fosse disposto ad arrivare Chris Hansen, ma fin dove siamo disposti ad arrivare noi pur di continuare a guardare. Ed è più contemporaneo che mai, in tempi in cui ci nutriamo incessantemente di podcast true crime, documentari su serial killer, inchieste giornalistiche ad ogni ora del giorno. Siamo bersagliati costantemente dal marciume umano, dal male che bussa alle nostre porte. Ce ne cibiamo esattamente come un tempo ci propinavano reality show e programmi di televendita. È l’era della mercificazione del dolore, e ne siamo tutti colpevoli.

Primetime è un thriller biografico straniante, feroce e profondamente odierno, capace di trasformare un pezzo di storia televisiva in un incubo sul potere dell’attenzione. E al centro di tutto c’è un Robert Pattinson semplicemente magnetico, che rende impossibile distogliere lo sguardo.

Primetime, presentato alla 83ª Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, arriverà nelle sale italiane dal 15 ottobre.

– Angelica

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