Backrooms (2026), recensione in anteprima: l’irrealtà irrisolta

Il fenomeno delle Backrooms nasce nel 2019, come storia creepypasta, un sottogenere dell’horror, nato sotto ferma di storie raccontate online (scritte o visive), che si concentrano su leggende metropolitane o su nuove figure/luoghi horror. Non c’è un preciso autore delle creepypasta, di solito provengono da utenti anonimi o, in ogni caso, la storia è un insieme di idee di più persone.
In questo caso, il film Backrooms, diretto da Kane Parsons, è fondato sul found footage su youtube, creato proprio dal regista stesso, quando era uno youtuber e aveva 16 anni (ora ne ha quasi 21).

Per “Backrooms”, si intende un fenomeno che descrive un luogo fittizio, rappresentato come una sorta di universo parallelo, sotto forma di un labirinto infinito di muri gialli, con all’interno mobili o strani oggetti messi in strane disposizioni, che creano una grande inquietudine. A questa realtà si accede tramite “no clip”, gergo utilizzato specialmente nei videogiochi, per passare un muro che prima sembrava inattraversabile, sfruttando un glitch o un cheat code.

In un’intervista con Letterboxd1, Parsons condivide le pellicole dalle quali ha tratto le ispirazioni per Backrooms: partendo dal videogioco Portal, si passa per la serie tv Mr. Robot, One Hour Photo (dir. Mark Romanek), Punishment Park (dir. Peter Watkins) e Paranoia Village. Ognuno di questi prodotti è andato a costruire l’immaginario del regista, creando, nella sua mente, realtà, idee e perfino la color del film.

La pellicola presenta Clark (interpretato da Chiwetel Ejiofor) e Mary (interpretata da Renate Hansen Reinsveen, candidata agli Oscar 2026) come personaggi principali. Il primo è un venditore di mobili, pieno di rabbia e solo; lasciato da poco dalla moglie, che lo ha cacciato via dalla casa di lui, passa il suo tempo dentro al negozio, ubriacandosi una volta finito il turno. Clark dorme nel negozio ed è proprio una sera, lì dentro, che scoprirà l’entrata della backroom. Mary, d’altro canto, è la sua psicologa. Quando viene a conoscenza dell’assenza di Karl, che comincia ad essere duratura, si avventura nel negozio per ritrovarlo e, successivamente, entra anche lei nella backroom.

Come preannunciato nei paragrafi sopra, la backroom all’interno del negozio presenta dei luoghi che appaiono come uffici gialli estremamente estesi, con mobili in posizioni confuse e surreali, strane porte in parecchi angoli (piccole, allungate, in salita o in discesa) e, soprattutto, delle presenze estranee.
Backrooms presenta subito se stesso, mostrando un’aurea inquietante e creature che fanno salire immediatamente il timore di essere seguiti e di poter perdere la propria vita per loro mano, in questo spazio estraneo e oscuro.

Il concept del film risulta essere davvero interessante. La regia alterna riprese in camera a mano, claustrofobiche e sporche, a inquadrature più stabili e controllate, tanto da far sentire, fin da subito, la sensazione di irrealtà.
La pellicola ha una forte forza motrice e, effettivamente, il tempo che passa mentre accadono gli eventi, non si sente e non pesa assolutamente. Anzi, la problematicità di questo film sta proprio in questo: si arriva al finale con l’impressione di aver visto qualcosa di estremamente inconcluso, che lascia una sensazione estremamente fastidiosa addosso. Moltissime domande rimangono non risposte, tantissime situazioni rimangono appese lì, come se l’ufficio gialla le avesse inglobate tutte e non ci fosse modo di raggiungere un’idea. Guardando il film, in effetti, si comprende bene che la backroom sia un luogo a parte, un universo nel quale si può entrare, ma che effettivamente non risponde a nessuna domanda. Probabilmente era questo il volere della produzione e del regista: rimanere, un po’ come il suo found footage, qualcosa di inconcepibile, astratto e troppo lontano dalla nostra razionalità per poterlo comprendere davvero. Se in un certo senso funziona, rimanendo una materia così oscura, dall’altra parte ci si chiede se non fosse possibile creare una spiegazione più precisa, appellandosi anche al background di Mary (la sua infanzia, infatti, viene mostrata spesso nel film, rimanendo, però, molto frammentata).

Backrooms è, quindi, un film riuscito bene? Sì e no. Il ritmo veloce alternata con una suspence crescente in molte scene, crea un’esperienza molto sentita e reale; impone allo spettatore di sentirsi confuso come le persone che entrano in questi luoghi liminali, ma allo stesso l’angoscia sta alla base di ogni ripresa e funziona. Tuttavia, il finale lascia insoddisfatti, desiderosi di comprende meglio cosa si sia appena visto. Se si può arrivare a comprendere che l’entità stessa della backroom non possa essere specificata, proprio perché è la caratteristica del ruolo, non si comprende però la vita singola di Mary, che viene spesso indagata durante al film, ma al contempo viene lasciata a morire senza alcuna indagine più profonda.

Nel complesso, Backrooms rimane un film da vedere per le sensazioni che suscita, ma potrebbe lasciarvi a corto di risposte e con un disagio nei confronti di un finale che non spiega molto.

Backrooms vi aspetta al cinema dal 27 Maggio 2026, distribuito da I Wonder Pictures!

  1. https://www.youtube.com/watch?v=t3GPr1z0plI ↩︎

-Francesca

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