Dopo la consacrazione di Drive My Car al Festival di Cannes nel 2021 col Prix du scénario e la sosta più astratta e politica di Evil Does Not Exist (Leone d’argento – Gran premio della giuria a Venezia80), Ryūsuke Hamaguchi torna con All of a Sudden, un’opera monumentale e sorprendentemente intima che sembra voler interrogare, insieme, la malattia, la morte, il capitalismo e la possibilità stessa della cura. Presentato in concorso al Cannes Film Festival, il film conferma il regista giapponese come uno degli autori più radicalmente umani del cinema contemporaneo. Alla fine del decennio 2010, l’antropologa Maho Isono e la filosofa Makiko Miyano si scambiarono una lunga corrispondenza epistolare, parlando della malattia terminale di Miyano, che nel corso della loro amicizia peggiorò improvvisamente. Queste lettere, pubblicate nel 2019 con il titolo You and I – The Illness Suddenly Get Worse, sono diventate la base intellettuale dell’ultimo film di Hamaguchi.
Il film segue Marie-Lou, direttrice di una casa di cura che adotta il metodo “Humanitude”, una pratica assistenziale fondata sull’ascolto, sul contatto e sul rispetto dell’autonomia dei pazienti. L’incontro con Mari, regista teatrale giapponese malata terminale, apre uno spazio di dialogo che lentamente diventa il vero cuore del racconto: una lunga conversazione notturna in cui due donne provano a ridefinire il significato di dignità, solidarietà e presenza reciproca.

Hamaguchi costruisce il film quasi esclusivamente attraverso la parola, ma non si tratta mai di semplice verbosità intellettuale. Nei suoi dialoghi, ogni pausa, ogni esitazione, ogni switch linguistico contiene una tensione emotiva sotterranea. Come già nei suoi lavori precedenti, la conversazione diventa azione drammatica: parlare equivale ad esporsi, a cercare un contatto con l’altra persona. Il regista filma questi scambi verbali con una calma quasi mistica, lasciando che siano i corpi, gli sguardi ed il tempo che scorre a produrre un senso.
“I’m a terminal cancer patient, but that’s not who I am. I resist. That’s who I am.”
La durata – oltre tre ore – potrebbe apparire eccessiva, ma è proprio in questa dilatazione temporale che il film trova la sua forma più coerente. All of a Sudden non vuole “raccontare la cura”: vuole farla sperimentare allo spettatore. La lentezza diventa allora un gesto etico prima ancora che estetico. Hamaguchi ci costringe a restare accanto ai personaggi, a condividere la fatica dell’ascolto e la vulnerabilità del tempo che passa. Il regista rifiuta la velocità narrativa dominante nel cinema commerciale e preferisce una durata dilatata, fatta di pause, silenzi e ripetizioni. Questa attenzione alla durata è legata al tema della comunicazione. Nei film di Hamaguchi i personaggi parlano moltissimo, ma raramente riescono davvero a comprendersi. La parola è sempre incompleta, insufficiente, e proprio per questo necessaria. Hamaguchi sembra suggerire che comunicare significhi accettare l’impossibilità di una comprensione totale.

Il cinema di Hamaguchi si muove in una zona rara del cinema contemporaneo: quella in cui il tempo, la parola e le relazioni umane diventano strumenti di esplorazione morale. Nei suoi film non accade quasi mai qualcosa di spettacolare, nel senso tradizionale del termine. Eppure, tutto vibra di tensione. I personaggi parlano, aspettano, ascoltano, percorrono strade in automobile o attraversano boschi silenziosi. In questa apparente immobilità, Hamaguchi costruisce un cinema profondamente politico ed esistenziale, fondato sullo scorrere del tempo, sulla difficoltà della comunicazione e sulle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Il dialogo centrale nel film fra Marie-Lou e Mari testimonia i diversi modi in cui il capitalismo modifica l’esperienza umana: alienazione, precarietà affettiva, mercificazione della natura e perdita di autenticità. In questo senso, Hamaguchi non descrive il capitalismo soltanto come oppressione economica, ma come trasformazione psicologica. I suoi personaggi faticano ad esprimere il dolore, il desiderio o la solitudine perché vivono in una società che privilegia il funzionamento sociale rispetto alla sincerità emotiva.
Straordinarie le interpretazioni di Virginie Efira e Tao Okamoto, che trasformano il film in un duetto emotivo di rara delicatezza. Efira dona a Marie-Lou una stanchezza luminosa, fatta di piccoli gesti e improvvisi cedimenti; Okamoto, invece, arricchisce il personaggio di Mari come una presenza fragile ma lucidissima, sospesa tra desiderio di vita e consapevolezza della fine imminente.
Quello che resta, alla fine, è soprattutto un’impressione di tenerezza radicale. All of a Sudden è un film sulla possibilità di essere presenti per qualcuno, anche quando il mondo sembra impostato per impedire ogni forma autentica di vicinanza. In un cinema – e universo – contemporaneo spesso dominato dalla velocità di fruizione dei contenuti, Hamaguchi sceglie invece la pazienza e l’ascolto. E proprio per questo, realizza forse il suo film più commovente e necessario.
-Angelica
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