#Cannes79: Teenage Sex and Death at Camp Miasma (2026), recensione in anteprima: identità queer attraverso il genere slasher

“Angelica, com’è andata la tua prima esperienza a Cannes?” “Ti dico solo che il primo film che ho visto è uno slasher meta-cinematografico queer.”

Teenage Sex and Death at Camp Miasma è molto più di uno slasher nostalgico travestito da operazione meta-horror. Con questo film, Jane Schoenbrun prende l’immaginario dei film a sfondo camp estivi anni ’80, i serial killer mascherati e le final girl alla Friday the 13th e li trasforma in qualcosa di profondamente intimo, queer e disturbante.

La storia segue Kris, una giovane regista indie interpretata da Hannah Einbinder, incaricata di rilanciare il franchise horror decaduto “Camp Miasma“. Per dare credibilità al reboot, decide di cercare Billy, la protagonista superstite del film originale, interpretata da una magnetica Gillian Anderson. Il loro incontro, in un campeggio isolato, si tramuta presto in qualcosa di ambiguo: un confronto tra fan e icona, tra desiderio e trauma, tra nostalgia e ossessione.

Schoenbrun gioca continuamente con il linguaggio del cinema horror. È facile descrivere Teenage Sex and Death at Camp Miasma come un film pensato per gli appassionati degli slasher, e in effetti lo è. Vengono citate praticamente tutte le saghe slasher più celebri e le loro iconiche final girl, mentre il film originale di Camp Miasma riprende ogni cliché immaginabile del genere. Eppure il film di Jane Schoenbrun non è davvero uno slasher, anzi, tutt’altro. È piuttosto un’odissea interiore in cui il personaggio di Kris diventa il tramite attraverso cui lo spettatore vive questa esperienza meta-cinematografica. Il film potrà pur essere pregno di sangue finto ed omicidi esagerati, ma usa questi elementi per parlare di identità, di repressione sessuale e del rapporto – quasi tossico – che possiamo avere con le opere che ci hanno formati. Il concept del film è affascinante: quanto il cinema influenza il nostro modo di vivere?

La prima parte è travolgente. I finti materiali d’archivio del franchise – VHS, pupazzi, carte collezionabili – costruiscono un universo credibile e intrigante, mentre la regia alterna ironia e inquietudine con grande stile. Alcune sequenze sono volutamente grottesche, quasi deliranti, ma riescono comunque a mantenere una forte tensione emotiva.

Il cuore del film resta però il rapporto tra Kris e Billy. La macchina da presa si concentra sui loro volti e sulla tensione emotiva e sensuale che li unisce. Questo approccio rende il film coinvolgente non solo sul piano estetico, ma anche su quello emotivo, dando forza ai temi dell’identità, dell’intimità e del desiderio. Anderson domina la scena con una performance teatrale e malinconica, sospesa tra diva decaduta e sopravvissuta traumatizzata. Einbinder invece dà al personaggio di Kris una vulnerabilità autentica, rendendo credibile il suo smarrimento emotivo e artistico. Insieme funzionano benissimo, e la loro chimica tiene in piedi anche i momenti più astratti della narrazione.

Non tutto funziona alla perfezione. A tratti il film sembra compiacersi troppo della propria stranezza: alcune scene oniriche si dilungano oltre il necessario e la logica narrativa viene sacrificata in favore dell’atmosfera. Anche il ritmo nella seconda metà perde compattezza, con l’impressione che Schoenbrun voglia inserire fin troppe idee contemporaneamente.

Eppure, proprio questa natura caotica e passionale rende Teenage Sex and Death at Camp Miasma così interessante. Non è un horror tradizionale, né una semplice satira del genere: è un film che usa il linguaggio dello slasher per parlare di identità queer, desiderio e memoria culturale. Un’opera irregolare ma ipnotica, che probabilmente dividerà il pubblico, ma che conferma Schoenbrun come una delle voci più originali del cinema horror contemporaneo.

-Angelica

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