Uno dei titoli più attesi dell’anno, specialmente nel panorama horror, arriva oggi sui grandi schermi. Hokum, diretto da Damian McCarthy, arriva anche sul territorio italiano, portandosi dietro di sé premesse e aspettative. L’attesa di Hokum è stata ampliamente commentata proprio per il regista, che risulta essere uno dei registi più promettenti nel contesto contemporaneo e che ha già fatto parlare di sé con Caveat e, soprattutto, Oddity.

Il protagonista del film è Ohm Bauman, interpretato da Adam Scott, uno scrittore riconosciuto per i suoi romanzi carichi di significato e dai finali tristi. Decide di andare in una locanda irlandese isolata per spargere le ceneri dei suoi genitori defunti e decidendo di ignorare la leggenda secondo la quale la suite nuziale (proprio quella dove erano stati i suoi genitori) sia infestata da una strega. Attraverso visioni sorprendenti e inquietanti, lo scrittore si ritrova a fare i conti con il suo passato e i suoi ricordi, trasformando tutta questo percorso mentale in una vicenda orrorifica.
Con Hokum, Damian McCarthy prosegue il suo percorso di creazione autoriale, spingendo Hokum in una direzione simile a quella di Oddity, creando una suspence controllata, che è figlia di un’esplorazione sensoriale piuttosto che da jumpscare immotivati.
La presenza di Adam Scott rende partecipe lo spettatore della personalità di Bauman, mostrando un’infinita fragilità che si sgretola lungo andare e dona alla pellicola un aspetto “realistico”, focalizzandosi sullo scrittore in quanto mero scrittore infestato dagli incubi del passato e non in quanto figura eroica horror, anzi, semmai è l’opposto.
Damian McCarthy non parte dalla struttura dell’intera storia, inizia il viaggio narrativo concentrandosi sul personaggio di Bauman, su come risponda alla realtà e agli stimoli esterni. Il protagonista appare distaccato, ma al contempo succube dei suoi ricordi. È schivo, non si fida delle altre persone e risponde continuamente con sarcasmo tendente al cinismo, un po’ per proteggersi, un po’ perché sembra davvero detestare le persone attorno a lui.
I fantasmi del passato gli inquinano ogni pensiero e azione e ci ritroviamo davanti a un protagonista estremamente rigido, con se stesso e con gli altri, che solo dopo riuscirà a interessarsi della sua stessa vita e di quella delle persone attorno a lui.
La locanda irlandese non rappresenta solo il luogo nel quale lasciare definitivamente i suoi cari, è anche un simbolo vivente di nostalgia, malinconia per qualcosa di sconosciuto, e un forte senso di colpa. Andando avanti nella storia, si capisce molto di più il passato di Bauman, creando anche un forte plot twist non prevedibile, che aiuta lo spettatore a comprendere ancora di più i suoi comportamenti.

La sceneggiatura di Hokum è estremamente interessante. La narrazione parte con delle scene provenienti, in realtà, dallo scrittore che sta scrivendo quegli accadimenti in quel momento esatto nella sua casa al portatile. Il senso di inadeguatezza e solitudine si percepisce appena il film comincia. L’idea centrale di cominciare la trama da scene prodotte dalla sua mente, fa creare un accordo immediato con lo spettatore: questo è quello che lui sta vivendo, che sta immaginando, questo film verrà filtrato attraverso i suoi occhi e la sua memoria. Funziona incredibilmente bene, il passato e il presente si intrecciano creando ancora più agitazione e donano alla pellicola un ritmo incalzante, ma non troppo, la giusta danza per portare caos e ordine. Un caos, che, se fosse stato lasciato nell’ambiguità più che sulla certezza finale, avrebbe innalzato il film ancora di più.
Il viaggio di Bauman all’intero della locanda è un viaggio costoso verso i propri ricordi, la non accettazione del proprio passato, degli sbagli commessi e impossibile da riparare. Bauman si scontre con una figura appartenente al folklore, ma in realtà questa gli fa solo da specchio per elaborare traumi irrisolti, che lo hanno portato a essere un adulto estremamente isolato e diffidente. Appena arrivato al luogo destinato, Bauman deve fare i conti con quello che ha vissuto, non può più scappare, né da quello che è stato, né da quello che è ora.
Così il vero incubo sono i nostri ricordi, Bauman si trova ad esserne infestato, violentato, massacrato. Deve ricordare, ma non vuole farlo. Deve sopravvivere al senso di colpa e alle vicende avvenute, ma per tutta la vita le ha messe da parte, le ha fatte dialogare solo nei suoi romanzi, che proiettano personaggi persi in una distesa immensa di deserto; un posto arido nel quel non c’è più acqua e il protagonista di quelle parole si ritrova in una situazione difficile, qualcosa che cambierà per sempre la sua vita, qualsiasi cosa scelga. Il protagonista del suo ultimo romanzo si ritrova a dover gestire un bagaglio emotivo enorme e, allo stesso modo, Bauman deve gestire il suo.
Si è parlato di cosa funziona nel film, ma cos’è che invece non funziona?
Il film procede in modo coerente, sia con gli accadimenti che l’estetica; la locanda contiene molto rosso, rimanda a un’estetica degli anni ’80 e di Twin Peaks con corridoi stretti e rossastri sotto la luce delle lampade, con ambienti che appaiono vintage, usati, distrutti e ricostruiti lasciando una scia dolciastra di mancanza.
Se la pellicola avesse mantenuto il mistero che detiene fino a più di metà film, sarebbe stato perfetto. Stiamo parlando di un folk horror, un sottogenere che si concentra sulla paura scatenata da credenze popolari e folklore. Hokum sostiene bene questo peso del passato, creando una confusione che funziona perfettamente con la trama, fino a quando, però, questo effetto si rompe e lo spettatore viene risvegliato bruscamente con troppe risposte. Ciò che rende questo film è interessante è la costante confusione intorno alla quael tutto ruota; le risposte che arrivano sono troppe dirette, troppo immediate e scaricano il film, togliendogli la caratteristica più importante.
Il finale prima della fine del film, quella sezione intermedia nel capire cosa è accaduto davvero spiega troppo, il misto di terrore e disagio verso l’ignoto, verso la paura dello sconosciuto, viene chiuso troppo rapidamente, perdendo quella magia iniziale costruita proprio sulle leggende riguardanti la strega che infesta il luogo e che si dice siano riusciti a intrappolare nella suite nuziale, motivo per il quale non vi si può accedere.

Hokum è un film piacevole da guardare se si apprezza l’horror e, in modo specifico, il folk horror, ma con la premessa che perde qualche colpo verso la fine, nonostante la conclusione ultima del film sia, per fortuna, scritta in modo coerente e riprenda un po’ le promesse delle prime scene.
È consigliato vedere Hokum anche con questa conclusione troppo diretta: l’interpretazione di Adam Scott non è solo pertinente, ma anche molto profonda; funziona bene sia quando il personaggio cade nei suoi incubi, sia quando ha la risposta pronta per tutto e fa creare qualche risatina in sala. Ecco che Hokum bilancia le sue caratteristiche, rendendolo un film che aggiunge qualcosa nel panorama del folk horror, per la sua estetica molto forte e il personaggio indimenticabile.
Sappiate solo che se avrete pensieri negativi sulla penultima parte, io vi ho avvisato!
Hokum vi aspetta al cinema oggi, 5 Agosto 2026, distribuito da Lucky Red!
-Francesca
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