The Substance (2024), recensione in anteprima: il (body) horror è essere donna

Contraddistinto da ettolitri di sangue, una propensione a mettere a disagio il pubblico e l’analisi della connessione tra corpo e mente, il body horror come sottogenere ha probabilmente avuto origine dalla penna di Mary Shelley. Il suo romanzo del 1818, Frankenstein, vede come protagonista Victor Frankenstein, un medico che va contro le leggi della natura – e contro Dio – per dare vita ad un uomo con parti del corpo assemblate di dimensioni sproporzionate. La società vittoriana divorò il romanzo di Shelley, ma l’idea che una lettura così grottesca provenisse da una donna scandalizzò talmente tanto il suo pubblico maschile che la accusarono di “aver dimenticato la dolcezza del suo sesso”.

Quando si tratta di cinema, però, è David Cronenberg a detenere lo scettro di re supremo del body horror, con un’inquietante e vasta biblioteca di opere – tra cui spiccano The Brood, Videodrome e Crimes of the Future. Cronenberg ha percorso la strada che Mary Shelley aveva intrapreso, puntando a sconvolgere le sale cinematografiche, creando film sulla stimolazione psicosessuale proveniente da incidenti automobilistici (Crash) o su un perverso complesso divino che si traduce in una mutazione kafkiana (La Mosca).

Cronenberg non è l’unico cineasta ad aver plasmato il body horror (nel lontano Sol Levante è infatti Shin’ya Tsukamoto ad essere il padre di questo sottogenere), ma ha ispirato direttamente una nuova generazione di artisti, basti citare Julia Ducournau coi suoi Raw e Titane.

E la Francia ci ha fatto dono di un altro nome valente nel panorama del body horror, una regista che ha sconvolto gli stomaci più deboli all’ultima edizione del Festival di Cannes e che presto porterà la sua seconda opera anche qui in Italia: The Substance di Coralie Fargeat, un’allucinatoria favola sulla condanna di nascere col doppio cromosoma x.

Il film è ambientato in un facsimile di Hollywood, dove l’istruttrice di danza Elisabeth Sparkle (Demi Moore) viene licenziata dal suo show televisivo nel giorno del suo cinquantesimo compleanno per aver avuto l’audacia di invecchiare. “La gente vuole sempre qualcosa di nuovo”, le dice il dirigente della rete televisiva interpretato da Dennis Quaid.

Elisabeth però non ci sta, vuole ritornare al centro di quel mondo fatto di cineprese e flash dei paparazzi. Decide così di cedere alla somministrazione di un farmaco sperimentale, The Substance, un composto verde lime che la renderà più giovane, più bella, “more perfect”, dando vita ad un’altra versione di sé. Attratta dalla prospettiva di riconquistare la sua giovinezza, Elisabeth prende il suo pacco da un anonimo armadietto in un deposito e segue le istruzioni, iniettandosi il fluido miracoloso. E così, Sue, la copia incredibilmente bella e beatamente senza rughe che porta il volto di Margaret Qualley, scivola fuori dalla spina dorsale di Elisabeth, come Eva dalla costola di Adamo, e ottiene immediatamente il lavoro come sua sostituta allo show di fitness. A star is born! C’è solo una regola da rispettare religiosamente: le due donne dovranno dividersi il ciclo vitale, una settimana ciascuna, provvedendo ad avere cura dell’altra perché you are one, come suggeriscono le istruzioni del farmaco.

Presto però la situazione degenera poiché Sue, bramosa della fama prontamente conquistata, non rispetta le tempistiche del farmaco e s’approprierà dei giorni della sua matrice, prosciugandola non solo del suo tempo ma anche della suo corpo sempre più deteriorato.

L’evoluzione del body horror in body horror femminista – affrontare le frustrazioni uniche dell’essere donna, tra cui il sessismo, il disprezzo di sé e la disconnessione tra mente e corpo – ha ragione di esistere. È un genere adatto ad esplorare e articolare il dolore, la paura e la rabbia che derivano un’esistenza minacciata dal tacco del patriarcato, offrendo catarsi e un senso di comunità dove spesso, in realtà, non ce n’è.

Ci sono specchi ovunque nel mondo di Elisabeth: da quelli nel bagno alle maniglie lucide delle porte, ma anche sue foto nei corridoi dello studio televisivo e un colossale ritratto a casa sua, in modo che il suo corpo e il suo viso più giovani la possano guardare – e giudicare – costantemente. Ovunque il suo sguardo si posi, eccola lì: agile, tonica, con un ampio sorriso dipinto sul suo viso, il fantasma del successo passato. Eppure Elisabeth è ancora meravigliosa agli occhi di una qualsiasi persona dotata di senso critico (senza contare che Demi Moore ha 60 anni ed il suo personaggio ne ha dieci in meno), ma l’essere circondata incessantemente da una versione di se stessa con più collagene e meno rughe la sta lentamente portando alla pazzia.

Onestamente? Comprendo molto il suo dramma interiore, del resto tutti noi dobbiamo affrontare la triste realtà di un flusso di tempo che scorre senza sosta, e le prove tangibili del nostro passato custodite nei nostri telefoni, i moderni album di fotografie del tutto pregni di nostalgia. Il nostro cervello non si è evoluto per sopportare il peso di questo tipo di autocoscienza. E gli interventi che alterano l’aspetto – dai farmaci alle procedure chirurgiche più invasive – sono più accessibili che mai. Mentre fissiamo quegli specchi, sappiamo che potremmo semplicemente aprire il portafoglio e smettere del tutto di pensarci. Siamo più che mai in grado di creare una versione ideale di noi stessi, vale a dire quella che pensiamo che gli altri vogliano guardare.

Questa realtà ci spaventa collettivamente, e questo include anche Elisabeth. Sente la sua intera esistenza scivolare via dalle proprie mani quando alcune dozzine di rose e un biglietto di auguri che la ringrazia per gli anni trascorsi allo studio arrivano nel suo appartamento. “Sei stata fantastica!” si legge sul biglietto – enfatizzando sul tempo passato del verbo.

Ma fate attenzione: questo è un film molto cruento e spesso vanaglorioso. Anche la logica non è infallibile, soprattutto riguardo come Sue ed Elisabeth condividano la propria coscienza. Tutto è metafora, ma per niente predisposta ad un’analisi letterale. È piuttosto divertente la discesa catartica del racconto, e più le cose peggiorano per Elisabeth, più è difficile trattenere le risate. È il fascino del grottesco, fin quando non si culmina nell’orrido epilogo, tutt’altro che spassoso quanto più disarmante e melancolico.

La fotografia di Benjamin Kracun, in particolare le inquadrature dal basso e i primi piani che ricordano i film di David Lynch – regista a cui Fargeat attribuisce il merito di averla influenzata artisticamente – catturano abilmente l’onnipresente sensazione di claustrofobia e ansia del film. Evocativa di Lynch è anche l’avvincente costruzione di Fargeat – tra moda, architettura, aerobica e farmaci altamente avanzati per la replicazione cellulare – di una sorta di mondo atemporale. L’estetica deliberatamente sfacciata di The Substance sembra esistere al di fuori del tempo e dello spazio. Il mondo in cui vive Elisabeth Sparkle pare una versione allucinatoria di Los Angeles, con un’architettura brutalista e quasi priva di persone per le strade. A quanto pare c’è solo uno studio di show business ed i suoi interni sembrano strappati agli anni ’80, mentre l’appartamento di Elisabeth è chiaramente ispirato agli anni ’90. Eppure Sue usa un comunissimo smartphone. Il perchè non è difficile da intuire, soprattutto se consideriamo Demi Moore nel ruolo principale, un’icona di un’epoca lontana che veniva spesso scelta nei film per il suo corpo perfetto.

Coralie Fargeat lavora sapientemente con un obiettivo grandangolare, in uno stile che potrebbe essere descritto come Arancia Meccanica fuso con l’estetica cinetica di uno spot televisivo all’avanguardia. La regista predilige i primi piani (di parti del corpo, automobili, cibo), con suoni abbinati. Abbiamo visto tutti dozzine di ricostruzioni della storia de Dr. Jekyll e Mr. Hyde, ma Fargeat, nella sua audacia fantasiosa, la fonde con Showgirls, e anche questo non le basta. Le immagini di Fargeat rievocano molti film horror divenuti cult, come la bestia che fuoriesce dal corpo di uno dei protagonisti in The Thing di John Carpenter, il massacrante e sanguinolento ballo di fine anno in Carrie, la dipendenza tramutata in racconto del terrore in Requiem for a Dream e gli interni immacolati in The Shining.

Ciò che rende tutto ciò originale è che Coralie Fargeat lo fonde con la sua voce stilizzata e aggressiva (predilige dialoghi brevi e concisi, che sembrano usciti da una graphic novel) e con la sua indignazione femminista per il modo in cui le donne sono state governate dal potente mondo dell’immagine glorificata.

Specchio, specchio delle mie brame. Chi è la più bella del reame?

Quello di Demi Moore è il ruolo della vita. Interpreta, in un modo molto astratto, una versione di se stessa (una volta star al centro dell’universo, ora abbastanza grande da essere vista dalla sessista Hollywood come una figura del passato), e la sua prova recitativa è intrisa di rabbia, terrore, disperazione e vendetta. C’è molta nudità in The Substance, al punto che il film flirta con la costruzione di una visione prettamente maschile alla base della sua estetica.

Del resto il film è interessato – forse più di ogni altra cosa – a quello che è stato spesso definito male gaze, anche se questa espressione ora sembra riduttiva. La telecamera qui osserva apertamente il corpo di Margaret Qualley, che scorre lentamente le sue mani su e giù, tastando la sue pelle illuminata in un modo nitido e brillante che ricorda quasi il cinema porno. Sue è estremamente magnetica nella sua sicurezza, e il fatto che sappia presentarsi come un “oggetto” fa parte dell’intento derisorio e beffardo del film.

L’ostentazione di questo occhio puntato sulle sue prominenti curve rendono l’immagine satirica, a ricordarci meglio cosa ha fatto il cinema ed i media in generale alla nostra percezione di come dovrebbe essere un corpo. Sta seguendo le regole, “dare alle persone ciò che vogliono”. È notevole il lavoro di Margaret Qualley che ha preso questo ruolo stilizzato permeandolo con un pizzico di mistero. Perché The Substance è una storia di ego duellanti, il vero sé di Elisabeth e il suo sé potenziato che si scontrano in una guerra per il dominio.

Alla fine è quello che The Substance sa fare meglio: non solo ricordarci gli standard assurdi della bellezza femminile e il potere distruttivo delle celebrità, ma rivolgere lo specchio su noi stessi. La critica più aspra non riguarda l’esteriorità, ma il modo in cui ci siamo allenati – ed abituati – a guardare quei corpi e l’effetto che ha su di noi. Il film è, in un modo piuttosto appropriato, uno specchio e il disagio che proviamo davanti ad esso rivela i nostri pregiudizi e paure che celiamo nel profondo. Essere famosi, essere visti, essere amati, essere usurpati da qualcuno più giovane e più attraente: è tutto qui. Non c’è niente come uno specchio per ricordarci cosa si nasconde sotto la pelle.

The Substance è uno studio sull’interiorità dei suoi personaggi, che ha visto la luce in un anno in cui diverse registe donne e non-binary hanno utilizzato una narrazione ricca e coinvolgente per affrontare le relazioni complicate con il sé corporeo, come ad esempio I Saw the TV Glow di Jane Schoenbrun e il prossimo adattamento di Marielle Heller del romanzo Nightbitch. L’intenzione di Coralie Fargeat non è solo quella di denunciare la pressione esterna che le donne devono affrontare nell’adottare misure estreme per raggiungere una definizione assai circoscritta di desiderabilità, ma ambisce a far immergere lo spettatore in un’esperienza indiretta del tributo fisico e psicologico che tutto ciò distrugge.

Dopo l’iniezione iniziale, la “nascita” violenta di Sue dal corpo di Elisabeth è una meravigliosa prodezza tecnica e, come la stragrande maggioranza del film, non è per schizzinosi e stomaci deboli. La squadra degli effetti visivi e speciali è composta da Pierre-Olivier Persin, Bryan Jones, Pierre Procoudine-Gorsky e Jean Miel – ne abbiamo fatta molta di strada dai tempi de La Mosca di David Cronenberg. Si formano nuove cellule, la pelle si strappa, il sangue sgorga copiosamente e Fargeat si prende il suo tempo per assicurarsi che i tuoi sensi siano coinvolti al 100%, e gran parte del merito va al comparto sonoro, invadente più che mai.

Elisabeth e Sue sono i potenti polmoni che modulano il respiro concitato del film, attraverso i quali lanciare l’urlo primordiale della regista. Un grido doveroso ed efficace. Fargeat continua ad alzare la posta in gioco incessantemente, con Demi Moore e Margaret Qualley totalmente devote all’assurdità ed alla mostruosità della traiettoria condivisa dai loro personaggi. Alcuni spettatori asseconderanno questo eccesso con tutto il cuore, ma non mi stupirei se parte del pubblico inorridisca davanti ad una sequenza particolarmente volta al gore nel terzo atto. È il tipo di conclusione audace che suscita profonda ammirazione per le ambizioni della sua creatrice, nonché un senso di realizzazione dentro noi stessi per aver sopportato la follia crescente fino alla fine.

La regista ama le sue donne, creature feline che si muovono suadenti negli interni stilizzati. Seppur la sua filmografia comprenda solamente due titoli – l’opera prima è Revenge, una perla di rara bellezza e ferocia – è già ben visibile la firma stilistica di Fargeat. Colori pop sgargianti, inquadrature provocatorie (e provocanti), uno studio dettagliato della simmetria delle immagini, il tutto accompagnato da musiche accattivanti.

Questa è una delle rare volte in cui ci troviamo dinanzi ad un vero mostro capace di incutere terrore oltre che orrore, non solo una massa di carne deforme ma un’alterazione vera e propria dello spirito. Questo, suggerisce il film, è ciò che stiamo facendo a noi stessi: distruggerci, autosabotarci. La mostruosità, del resto, è una modifica del codice genetico della natura umana. Ed in The Substance la bella e la bestia sono la stessa persona.

The Substance di Coralie Fargeat vi aspetta al cinema dal 30 ottobre distribuito da I Wonder Pictures.

– Angelica

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