Il diavolo veste Prada 2 (2026), recensione in anteprima: il labile confine tra passione e ossessione

«È che io… amo il mio lavoro.»

Benvenuti in una nuova puntata di: era proprio necessario un sequel di un cult degli anni 2000? Ovviamente, come ogni volta, la risposta tende sempre verso il no, nonostante ci siano senza dubbio delle zone grigie.

Non fraintendetemi, Il diavolo veste Prada 2, con David Frankel che ne torna alla regia vent’anni dopo, non è necessariamente un brutto film, anzi, riesce a ricreare alla perfezione lo spirito del suo predecessore, offrendo al contempo una botta di nostalgia ai grandi fan fedeli e una piacevole visione agli spettatori occasionali.

Vent’anni dopo le vicende del primo film, Andy (Anne Hathaway) è diventata una giornalista appassionata e di successo, ma un brutale taglio del personale lascia lei e numerosi suoi colleghi senza lavoro. Nel frattempo, Runway, ancora diretta da Miranda (Meryl Streep), è a rischio a causa di uno scandalo e a Andie viene offerta la possibilità di tornare a lavorare per la famosa rivista di moda come Features Editor. La dura realtà dei fatti è che i tempi sono cambiati e, tra fast fashion, social media e nuovi arrivi ai piani alti, la sopravvivenza di Runway è appesa a un filo.

Il diavolo veste Prada 2 non parla tanto di moda in sé, quanto più delle trasformazioni che ha subito l’industria negli ultimi vent’anni: Runway non può più sopravvivere come rivista cartacea e si è dovuta riadattare di fronte all’avvento dei social media e della cultura dello scrolling. Anche il giornalismo, principale occupazione di Andy, sta subendo duri colpi a causa dell’intelligenza artificiale e, in generale, della diminuzione dell’interesse da parte dei lettori. Ed ecco che le protagoniste devono imparare a reinventarsi per tenere in piedi un impero sul punto di sgretolarsi in mille pezzi.

Un triste dettaglio che ho particolarmente apprezzato riguarda la dura realtà che si cela dietro alla vita lavorativa delle protagoniste: non importa quanto Andy e Miranda siano donne in carriera, forti e indipendenti, in posizione di potere, perché al di sopra di ogni altra cosa ci sarà sempre un uomo ricco che, allo schioccare delle dita, potrà di ridurre in cenere anni di lavoro e di sforzi. Miranda Priestly sarà anche il diavolo in carne e ossa, la personificazione del capo dispotico che fa tremare tutti i dipendenti, ma alla veneranda età di oltre settant’anni, dopo aver retto sulle proprie spalle un vero e proprio impero, deve comunque sperare che ai piani alti decidano di confermarle la promozione, facendosi in quattro, quasi strisciando per ottenerla. Tutto quello che succede in questo film e per cui le protagoniste si impegnano al massimo delle loro potenzialità è causato dai capricci o dal disinteresse di qualche uomo opulento.

Eppure, l’amore per il proprio lavoro è la motivazione che spinge sia Andy sia Miranda ad andare avanti imperterrite, ma qual è il confine tra amore e ossessione? Qui, secondo me, iniziano i problemi. È bello che Andy sia riuscita a diventare giornalista come tanto desiderava e sia tornata a Runway in qualità di redattrice, invece che di semplice assistente, ma credo siamo tutti d’accordo che uno dei punti salienti de Il diavolo veste Prada fosse l’importanza dell’allontanamento da parte di Andy da questa mentalità ossessiva nei confronti del lavoro, che la stava portando perdere sé stessa. Se per Miranda è ormai troppo tardi perché lei stessa ha scelto di far parte di questo sistema competitivo, decidendo di pagarne il prezzo, la morale per Andy era diametralmente opposta. Dunque, perché mi sembra che in questo sequel la scelta consapevole fatta dalla protagonista sia stata almeno parzialmente annullata? Solo perché adesso Andy fa il lavoro dei suoi sogni, questo non giustifica l’accettazione da parte sua di un modello che aveva apertamente rifiutato.

Capisco la necessità di creare conflitti, ma qualche volta credo che, prima di scrivere una sceneggiatura, dovremmo fermarci un attimo a riflettere sulle decisioni che erano state prese in passato e seguirne il filo logico. Personalmente, avrei preferito che il film si concentrasse interamente sul tema del cambiamento nel settore, carta vincente di questo sequel, invece che fare il passo più lungo della gamba e perdersi una volta in una sottotrama, una volta in un’altra, rendendo così il punto focale meno… be’, focale.

In conclusione, per quanto sia stato fatto un lavoro più che discreto, forse alcuni classici andrebbero lasciati lì dove sono perché, d’altronde, se sono diventati classici un motivo ci sarà e, si sa, certi successi proprio non sono replicabili.

Il diavolo veste Prada 2 vi aspetta al cinema a partire da oggi, 29 aprile, in anteprima mondiale, distribuito da The Walt Disney Company Italia

-Tiziana

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