
La parola araba sirât significa “sentiero” o “via”; nelle scritture islamiche e si riferisce a uno stretto ponte che collega il Paradiso e l’Inferno. Questo lo rende un titolo appropriato per il nuovo film del regista Oliver Laxe, che è al tempo stesso esaltante e devastante.
Sirât è una storia di sopravvivenza su alcuni improbabili compagni di viaggio che si fanno strada attraverso un tratto sperduto del deserto del Sahara. Porta con sé echi di innumerevoli film precedenti, dai paesaggi aridi di un western di John Ford all’ambientazione post-apocalittica di Mad Max. Ma nulla in Sirât sembra derivativo o di seconda mano.
Tutto inizia da qualche parte nel sud del Marocco, dove centinaia di festaioli europei nomadi si sono radunati per un rave. Sembra che sia scoppiata la Terza Guerra Mondiale o qualcosa di simile, anche se i dettagli sono vaghi. Qualunque cosa stia succedendo, Sirât inizialmente mette in tavola una festa alla fine del mondo: immaginate un remake del recente thriller distopico Civil War ambientato al Burning Man, e vi farete un’idea. Laxe, regista francese di origine spagnola, trascina il pubblico nell’intensa fisicità della danza e nel ritmo propulsivo della musica, composta dal musicista elettronico sperimentale Kangding Ray.

A vagare per questo indisciplinato baccanale nel deserto è un uomo di mezza età di nome Luis, interpretato dall’attore spagnolo Sergi López. Questa non è chiaramente l’ambiente di Luis. Insieme al figlioletto Esteban e al loro cane, Luis è alla ricerca della figlia ventenne Mar, scomparsa mesi prima e che ha motivo di sospettare sia tra i raver. Ma lei non si trova da nessuna parte e, poco dopo, arrivano degli ufficiali armati che, invocando lo stato di emergenza, interrompono la festa. Nel caos che ne consegue, cinque raver si allontanano, diretti a un altro rave più a sud. Luis ed Esteban li inseguono impulsivamente, sperando contro ogni speranza di trovare Mar.
Mentre i raver hanno un enorme camion e un camper, Luis ed Esteban viaggiano in un piccolo furgone mal equipaggiato per il terreno insidioso. Ma i raver, all’inizio un po’ riluttanti, li lasciano andare. Condividono tutti le loro risorse limitate, tra cui cibo, acqua e benzina e si aiutano a vicenda, quando Luis ha difficoltà ad attraversare un piccolo fiume, o quando il camion rimane bloccato su una ripida strada di montagna.
Sirât è un’esperienza visiva e sonora travolgente; è ricco di maestosi panorami desertici ed è sostenuto da una colonna sonora elettrizzante e percussiva. È anche un dramma di straordinaria tensione e, infine, di sconvolgente tragedia, in cui la morte ha il potere di colpire quando meno te lo aspetti. López è fantastico nel ruolo di un padre la cui figlia è scomparso e che è comprensibilmente diffidente nei confronti del mondo. Ma anche nei momenti più bui, Luis riceve inaspettati gesti di compassione dai suoi nuovi compagni di viaggio.

Ad un certo punto, mentre sono in viaggio, Esteban chiede a uno dei raver se gli manca la sua famiglia, e lii risponde: “Preferisco questa famiglia”. Potrebbe sembrare una frase che direbbe Vin Diesel in un qualsiasi Fast and Furious, e guarda caso, le abilità di guida di Diesel potrebbero essere tornate utili in questo caso. Ma il film di Laxe è tanto sincero nella sua tenerezza quanto implacabile nella sua ferocia. C’è qualcosa di potente nella convinzione del film che, anche quando incombe un’apocalisse, la gentilezza può sopravvivere e si possono formare relazioni significative. Solo perché il mondo è spietato, suggerisce Sirât, non significa che le persone debbano esserlo per forza.
Basandosi su una sceneggiatura scritta insieme al suo collaboratore abituale Santiago Fillol, Laxe costruisce una storia su personaggi itineranti che affrontano la realtà di diverse perdite, sia a livello sociale che interpersonale. Il deserto è la cornice perfetta per questa riflessione, poiché il luogo arido funge sia da ricettacolo di emozioni travolgenti sia da promemoria della nostra piccolezza nel grande schema delle cose.

Gli ultimi anni della storia globale, segnati dalla duplice forza di una pandemia virale e di una crisi climatica in accelerazione, hanno evidenziato un disagio nei confronti della morte. Negli Stati Uniti, almeno, il lutto collettivo non fa parte della cultura e l’idea della morte viene accolta con elusione piuttosto che con accettazione. Laxe ha costantemente affrontato questo tema in ciascuno dei suoi progetti. Mimosas era incentrato sulla consegna di un corpo a un luogo di sepoltura ancestrale e, sebbene Fire Will Come seguisse principalmente le vicende di un piromane appena uscito di prigione, rifletteva anche sull’idea di estinzione culturale.
Cosa succede quando perdiamo tutto? Diventiamo bestie o angeli? Torniamo ad uno stato di grazia o ad uno stato di natura brutale? Il film non fornisce risposte, ma s’immerge in modo inquietante nelle domande, cambiando forma a piacimento come se, qui all’orizzonte degli eventi del crollo globale, tutte le regole e i codici abituali avessero iniziato a deformarsi e piegarsi. E non solo le regole della vita, ma anche le leggi stesse del cinema e della logica narrativa.
Eppure, in qualche modo, la salda presa del regista sul tono di crescente devastazione (che culmina in un climax assurdo che è allo stesso tempo una delle sequenze cinematografiche più tese e inquietanti degli ultimi anni) non vacilla mai. Questa entusiasmante sicurezza registica, date le eleganti opacità e ambiguità del suo film, è una qualità da ammirare, anche quando ti lega alla sedia e ti costringe a guardare, forse contro la tua volontà. “È questa la sensazione della fine del mondo?” chiede uno dei raver lungo il viaggio, e sì, in un certo senso lo è. Ma sebbene il disperato momento apocalittico che evoca sia quello in cui tutto crolla, si consuma, esplode, si trasforma in polvere e muore, Sirât diviene qualcosa di nuovo, d’innovativo.

La colonna sonora è uno degli elementi più avvincenti e roboanti del film. Il lavoro di Kangding Ray è responsabile di gran parte dell’essenza emotiva del Sirât, in particolare dei sentimenti di confusione e isolamento. Il modo in cui la musica interagisce con i personaggi (o meglio, il modo in cui i personaggi interagiscono con essa) dà vita a sfumature espressioniste e avanguardiste degli archi emozionali dei protagonisti. Laxe dedica la sua regia allo sviluppo degli elementi atmosferici del film. Per molti versi, credo che la narrazione di Sirât esista più per servire l’ambiente che Laxe ha creato, piuttosto che quello costruito al servizio della racconto.
Siamo tutti solo giocattoli di un Dio insensibile. Se c’è una cosa su cui sia chi è protagonista che chi guarda Sirât possono concordare, è proprio questo. Per i personaggi di questo viaggio purgatorio nel bel mezzo del nulla fino a raggiungere il fondo dell’aldilà, quel Dio è la forza invisibile che gradualmente li assottiglia, li indebolisce e li costringe a considerare l’idea di una vita senza speranza. Per lo spettatore, potrebbe benissimo essere lo stesso co-sceneggiatore e regista Laxe, che ci martella emotivamente e psicologicamente in modi che non possiamo prevedere. Per essere chiari: questo è sia un forte avvertimento che un grande complimento. Non sono molti i film che riescono a scatenare sia l’istinto di fuga che ad inchiodarti alla sedia allo stesso tempo.
-Angelica
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