#Venezia82: Frankenstein (2025), recensione: il frutto di genialità ed arroganza in chiave poetica

Il regista premio Oscar Guillermo del Toro esplora la condizione umana in Frankenstein (2025), un’audace rivisitazione dell’omonimo romanzo gotico del 1818 di Mary Shelley. L’affetto sincero di del Toro per i mostri ha caratterizzato la sua rinomata carriera; cerca costantemente di trovare la bellezza nell’oscurità e nell’ignoto. La sua interpretazione di Frankenstein è profondamente sentita e sentimentale, il che non è cosa da poco considerando quante volte il romanzo è stato adattato per il grande schermo. L’autore messicano genera nuova vita in uno dei mostri più iconici del cinema in modo empatico e infinitamente affascinante.

Il film inizia nel 1857 con il Capitano Anderson (Lars Mikkelsen), mentre la sua flotta danese lotta contro i ghiacci dell’Estremo Nord. Qui, s’imbatte in Victor Frankenstein (Oscar Isaac) gravemente ferito, ma il dottore non è solo. Victor è inseguito da una creatura feroce, di grandi dimensioni e simile ad un uomo (Jacob Elordi), che attacca i soldati a bordo. Il capitano danese ed il suo equipaggio riescono a neutralizzare la bestia. Tuttavia, Victor lo avverte che tornerà e non si fermerà davanti a nulla pur di uccidere il suo creatore.

Proprio come il suo materiale originale, Frankenstein esplora i temi della vita, della morte e della creazione. L’ossessione di Victor è alimentata dalla scomparsa dell’amata madre, Claire Frankenstein (Lauren Collins). Morta dando alla luce il fratello minore William (Felix Kammerer), la perdita improvvisa della madre è la tragedia personale che scatena la discesa di Victor nella follia mentre cerca in tutti i modi di sconfiggere la morte. Lampi di angeli imponenti avvolti dalle fiamme e vibranti scene di sangue, spesso accompagnati dall’incantevole colonna sonora di Alexandre Desplat, contribuiscono all’inquietante ma splendida miscela di oscurità e luce di del Toro.

Il direttore della fotografia Dan Lausten, proseguendo la sua meravigliosa serie di collaborazioni con del Toro dopo Crimson Peak (2015), La Forma dell’Acqua (2017) e Nightmare Alley (2021), utilizza strategicamente luci ed ombre per creare immagini ipnotiche. La più indimenticabile di queste scene è quando la creatura tiene in braccio Elizabeth (Mia Goth), la fidanzata di William, nel suo abito da sposa macchiato di sangue. Allo stesso modo, un’inquadratura del pallido cadavere di Claire, circondato da rose rosse nella sua bara mentre cade la neve, offre un agghiacciante contrasto con la prospettiva di purezza di Victor. Questi motivi pittorici mettono in mostra la profonda comprensione di Lausten e Guillermo del Toro delle tradizioni gotiche.

La macchina da presa è in continuo movimento, attraversando ogni location mozzafiato con fluida grazia. Lo spettatore ha la sensazione di vagare nel vasto mondo del regista messicano, in cui i sontuosi costumi e la scenografia giocano un ruolo essenziale. Ogni elemento scenico è intriso di dettagli storici, dalle mura di pietra consumate dal tempo del laboratorio di Victor ai ricchi tessuti degli abiti del XIX° secolo. La tavolozza dei colori del film, dominata da verdi turchesi e arancioni brillanti, dà vita alla storia con una qualità ultraterrena. A tutto questo si aggiungono le straordinarie protesi dell’attore Jacob Elordi: il mostro di Frankenstein appare costantemente incredibile da una scena all’altra, il che non sorprende, data la lunga esperienza di del Toro negli effetti speciali del trucco.

La torre di Victor Frankenstein, una struttura fatiscente piena di oscuri segreti, allude all’imminente rovina del suo mostruoso esperimento. La sua architettura e il paesaggio circostante ricordano il già citato Crimson Peak e Il Labirinto del Fauno (2006). A questo proposito, Frankenstein tocca temi quali obbedienza e sfida, concetti narrativi ricorrenti nei film di del Toro. Victor spinge la scienza ai suoi limiti, sfidando ciò che un tempo si pensava impossibile. Sì, la sua tragica creazione è una testimonianza del suo genio, ma anche della sua pura arroganza.

La Creatura è tenuta prigioniera in catene da Victor a causa della paura del mondo esterno, sia di quello che potrebbe danneggiare i suoi successi scientifici che la sua reputazione. Purtroppo, Victor vede il suo esperimento come un “esso” piuttosto che come una persona. Ma dopo una lunga disumanizzazione, il Mostro sfida il suo padrone e cerca di distruggerlo, liberandosi dalle sue catene e prendendo il controllo del suo destino. Oscar Isaac interpreta Victor con un tocco eccentrico, sottolineando la sua duplice genialità ed arroganza, mentre si rifiuta di considerare la sua creazione come qualcosa di più di uno scherzo della natura.

Non sorprende che Frankenstein di Guillermo del Toro sia un film davvero strappalacrime. Uno dei momenti più toccanti inizia quando la Creatura sperimenta la pace per la prima volta nella sua esistenza giovanile, vivendo in armonia dietro le mura di una casa di famiglia. Viene presto accolto da un vecchio e saggio cieco (David Bradley) che gli insegna la vita, la letteratura e il mondo al di là di essa. La Creatura di Frankenstein, che ora impara la storia di Adamo ed Eva e legge poesie come Ozymandias di Percy Bysshe Shelley, raggiunge l’illuminazione.

Purtroppo, questa pace è fugace, poiché il Mostro scopre presto la triste verità sulla sua creazione. Questo lo porta ad infuriarsi per la scelta del suo creatore di dargli la vita. Creandolo, Victor lo ha inconsapevolmente condannato all’immortalità, negandogli la componente umana fondamentale della morte, il che spinge il Mostro alla violenza. David Bradley è una piacevole sorpresa in questo caso, poiché il legame del suo personaggio con il Mostro dimostra che l’uomo può convivere con una bestia simile. Allo stesso modo, Mia Goth ha un ruolo piccolo ma di grande impatto nei panni di Elizabeth. Come con l’anziano cieco, Elizabeth crea immediatamente un legame con la Creatura, empatizzando con lui a un livello che nessun altro potrebbe, date le circostanze uniche in cui si trovano.

Il finale del film, seppur agrodolce, porta con sé un messaggio di speranza. La sceneggiatura di del Toro presenta una buona dose di deviazioni dal romanzo originale, ma alla fine cattura lo spirito e l’essenza del Frankenstein di Mary Shelley, presentandolo come più sincero e compassionevole rispetto ai precedenti adattamenti cinematografici. C’è un senso di conclusione, ma il viaggio che lo attende è incerto. Questa fine sembrerà un po’ immeritata ad alcuni, dato che c’è solo un breve inseguimento tra Victor e il suo Mostro. Nonostante la trama non si concentri molto su questo aspetto, Guillermo del Toro riesce comunque a far sì che lo spettatore si senta profondamente coinvolto dal suo messaggio.

-Angelica

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