The Monkey (2025), recensione: Oz Perkins supera la prova Stephen King

Non smetterò mai di ripeterlo, ma l’horror… quello sì che è un genere fantastico per esplorare il trauma. È un luogo comune che Osgood Perkins, sceneggiatore e regista di Longlegs, eleva con altrettanta delicatezza e forza bruta in The Monkey: un adattamento esplosivo e deliziosamente sanguinolento dell’omonimo racconto di Stephen King.

Come film, The Monkey ha molto in comune con il suo omonimo: ha un design meraviglioso e inquietante che nasconde meccanismi complessi che operano a molti livelli sotto la superficie. Non c’è da stupirsi che sia stato prodotto da James Wan, un uomo che ci ha fatto conoscere una serie di pupazzi e giocattoli inquietanti.

Una premessa apparentemente semplice come “se si carica la scimmia, qualcuno muore brutalmente” lascia ampio spazio all’orrore, o al fatto che le uccisioni brutali siano le uniche cose che tutti ricorderanno usciti dalla sala. Ma da questa impostazione, Perkins costruisce un film dalle mille sfaccettature, un ottovolante che suscita tante risate quante gag scioccanti e disgustose, e riesce sia ad animare che a mettere in ridicolo il potere che la morte esercita su tutti noi.

Uno dei tratti distintivi dell’horror di King, e il motivo per cui è così ricco e toccante per così tante persone, è il modo in cui giustappone temi cupi a un’iconografia sana. Questa dinamica invita a riflettere su come (e quanto spesso) oscurità e luce coesistano nella vita di tutti i giorni. Perkins ha una padronanza straordinariamente salda di questa miscela, che funge da bussola per The Monkey. Il tono è difficile da definire in qualsiasi genere, ma soprattutto per le commedie horror, non riuscire a creare e mantenere una voce forte che sia al servizio di entrambi i generi può essere letale. Perkins rende omaggio all’opera di King mantenendo l’umorismo e la carneficina fianco a fianco per tutti gli strabilianti 98 minuti di The Monkey.

Cammina sul filo del rasoio fin dall’inizio: la scena che apre il film dimostra rapidamente la minaccia incombente attraverso un pilota d’aereo dalla faccia seria, interpretato da uno degli uomini più affidabili di Hollywood, Adam Scott. Il prologo inizia con autentica tensione, con il capitano che insiste sul fatto che la malvagità della scimmia debba essere presa sul serio. Ben presto, qualcuno viene ucciso da un arpione e Scott urla nella notte mentre combatte una battaglia infuocata con la scimmia – e io sono rimasta a bocca aperta. Questa sequenza introduce la bizzarra e spensierata energia del film prima ancora che il titolo appaia sullo schermo.

Quando la scimmia giocattolo riemerge nel New England degli anni ’90, il sottile velo tra la vita e la morte è diventato la forza trainante nelle vite dei figli gemelli del pilota, Hal e Bill Shelburn. Hal è sensibile e silenzioso, Bill è un bullo che ammette di avere due minuti più del fratello. Non sono esattamente intimi, ma entrambi condividono un profondo amore per la loro vivace madre, Lois (Tatiana Maslany). La Maslany lascia un segno profondo nel ruolo: la visione rilassata e schietta di Lois sulla vita (e sulla morte) offre ai ragazzi un quadro comune per comprendere la calamità causata dalla scimmietta giocattolo ereditata dal caro vecchio papà. Ma non è sufficiente a tenerli uniti l’uno nelle vite dell’altro mentre crescono e la fiaccola del doppio ruolo passa da Christian Convery a Theo James.

Il film inciampa un po’ in questa transizione: nessuno dei due fratelli Shelburn è un personaggio particolarmente profondo, ognuno funge più da rappresentazione di modi diversi di relazionarsi alla morte, ma James offre ad Hal e Bill una vera vulnerabilità che mi ha tenuto incollata alla loro ricerca per far sì che quella dannata scimmia smetta di uccidere persone. La difficoltà di Hal ad aprirsi agli altri e il rapporto teso con suo figlio Petey (Colin O’Brien) fanno da spalla all’abbraccio più gentile del film alla morte e ai suoi costi, lasciando le osservazioni più anarchiche e pungenti a Bill. Bill è di gran lunga il più appariscente dei due ruoli, e la fonte delle scene più divertenti di Theo James. Perkins supporta la paranoia impassibile del personaggio e il suo sviluppo bloccato con una scelta di costume ispirata a Superman che mi fa ancora sbellicare. È un tocco di ironia per ricordare sia al personaggio che al pubblico quanto possa essere dannoso perdere così tante persone care per i capricci di un percussionista in miniatura maledetto.

Le uccisioni principali in The Monkey – annunciate da una musica di calliope che riproduce il tema de Lo Squalo e dal clic metronomico del tamburo del giocattolo – sono frequenti e costantemente divertenti. Perkins saggiamente evita di appesantire il film con troppe leggende sulle sue origini o sulla sua sete di sangue, lasciando invece che siano le sue azioni a parlare da sole. Tutto questo caos grafico offre al regista ampie opportunità di dipingere i suoi set di viscere e far volare parti del corpo in tutti gli angoli dello schermo. Ma Perkins dimostra anche un’eccellente padronanza del tono in queste morti raccapriccianti, e non sono tutte battute: mentre alcune uccisioni sono giocate a pieno titolo per far ridere, alcune sono promemoria davvero strazianti ed efficaci della posta in gioco umana della storia. Le morti sono di solito così violente che si concludono in un lampo, il che non solo tiene The Monkey in movimento, ma rafforza anche la sua idea centrale che la vita è fragile. Non si sa mai quando un coltello volerà in aria e finirà tutto per te.

The Monkey marcia al ritmo del suo tamburo insanguinato, un ritmo irresistibile da ballare. Osgood Perkins e il cast bilanciano eccezionalmente bene l’orrore e la commedia insiti nella ridicola premessa del film, e i tocchi surreali e assurdi che il regista di Longlegs aggiunge a un mondo tratteggiato da Stephen King non fanno che distinguerlo da film meno fantasiosi e ossessionati dal conteggio dei cadaveri. L’influenza malvagia del giocattolo maledetto del titolo si traduce in vetrine da blockbuster per fantastici effetti gore che confermano quanto possa essere potente la commedia horror quando realizzata con una prospettiva forte e la volontà di diventare bizzarra.

-Angelica

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