
Il nuovo film di Marielle Heller dal titolo evocativo Nightbitch si svolge a tratti come un trattato di saggistica. Basato sull’acclamato romanzo di Rachel Yoder, Amy Adams interpreta una madre che, alle prese con i doveri genitoriali schiaccianti e le frustrazioni per il mondo che si è lasciata alle spalle, inizia a trasformarsi in un cane. Amy Adams narra la sua trasformazione alternando onniscienza e dubbio. A volte si erge al di sopra della massa, esponendo le ironie cosmiche dell’essere una donna con dei sogni che è stata costretta a mettere da parte per avere un figlio. E a volte si chiede ad alta voce se forse è una madre terribile per preoccuparsi – e lamentarsi – di tutto ciò. Quest’equilibrio perennemente in bilico si protrae per tutta la durata del film, ed Amy Adams, la cui dolcezza sembra sempre nascondere una profonda intelligenza, è l’interprete ideale per entrambi i volti della sua creatura.
Tuttavia, non si tratta di un trattato contro la maternità. I montaggi delle giornate ripetitive della madre camminano su una linea sottile tra la realtà polverizzante di infinite cotolette fritte sfrigolanti e momenti di gioco disordinati e il profondo amore tra un genitore e suo figlio. Il suo bambino (interpretato dai gemelli Arleigh Patrick Snowden ed Emmett James Snowden) è adorabile e il film lo abbraccia: capiamo perché la madre abbia rinunciato a tutto per prendersi cura di questo piccolo e vulnerabile essere umano, anche se allo stesso tempo è facile immedesimarsi e comprendere anche come la madre stia lentamente morendo dentro. Ancora una volta, Amy Adams porta quel giusto mix di tenerezza e fastidio, tra sacro stupore e noia esistenziale.

Per quanto riguarda la dimensione body-horror del film, è più una nota metaforica che una vera e propria linea narrativa, anche se la regista ci regala frammenti intermittenti di orrore e un sacco di inquadrature della versione canina della sua protagonista che corre per le strade sia della periferia che di New York City. Forse metaforico è la parola sbagliata. Piuttosto, il cane è l’espressione di come la maternità sia, fondamentalmente, un processo intensamente naturale che nasce dal fatto violento ed animalesco del parto. Nella nostra cultura lo incorniciamo con espressioni di dolcezza e gentilezza, ma in fondo è una cosa spaventosa e bestiale. Questa qualità meditativa onnicomprensiva di Nightbitch è allo stesso tempo il suo elemento più intrigante e il suo più grande difetto. La graduale trasformazione della madre protagonista dovrebbe dare al film un senso di movimento, ma poiché è segregata nella sua routine, subentra la noia. Fondamentalmente, non c’è una vera storia qui, il che non sarebbe un problema se il film non continuasse a cercare di darcene una. Oltre ai vagabondaggi notturni (forse simbolici), la madre è accompagnata da una cerchia di altre madri piuttosto giovani che lei percepisce come in qualche modo inferiori a lei, ma che, ovviamente, si riveleranno essere non così diverse. È un’idea interessante, ma non arriviamo a conoscere molto di queste persone. Non diventano mai personaggi; passano da battute acide a sorelle di vita in un istante, più per elaborare un tema che per coinvolgerci davvero. Il marito della madre, il padre (Scoot McNairy), viaggia sempre e ama dire in modo poco sincero che rinuncerebbe volentieri a tutto per trascorrere più tempo a casa col figlio, ed è solo questione di tempo prima che si renda conto di quanto sia dura essere genitori. Di nuovo, sembra più un point of view che un personaggio.

Nessuna di queste cose sarebbe un problema se il film abbracciasse pienamente la propria astrazione. C’è una struttura debole, adatta a Hollywood, di lezioni apprese e conflitti risolti, ma al di là del mondo isolato di ambizione, desiderio e stasi della madre, nulla è stato elaborato in un modo che supporti la storia. Il film si appollaia tra proiezione e realtà, è ricolmo di quelle piccole proiezioni ormai cliché in cui un personaggio immagina di fare qualcosa di violento a qualcuno prima di rivelare che, no, non l’ha fatto affatto, era solo nella sua mente, così che non sappiamo mai se ciò che stiamo vedendo è un fatto reale o meno. Quindi il film gira in tondo, esponendo costantemente le stesse cose. Ha un sacco di intuizioni, ma poco slancio. D’altro canto, forse era questa l’idea di base di Nightbitch.
La madre trascorre le sue giornate cucinando lo stesso cibo per il figlio e visitando lo stesso parco, svolgendo la maggior parte del lavoro pesante come genitore mentre il marito è in viaggio per lavoro. Ricorda la sua vita da artista prima di diventare madre e passa gran parte del film a monologare sui propri sentimenti, esprimendo ogni suo pensiero ad alta voce senza rivolgerlo a nessuno in particolare. Sebbene questo sia stato probabilmente il modo più semplice per la regista di estrarre interi passaggi dal libro di Yoder, ciò porta Nightbitch a rimanere impantanato in flussi di narrazione fuori campo che ripetono sempre la stessa cosa: “Sono una donna”, “Sono un animale”, “Sono potente”. Tutto ciò ricorda in qualche modo il tipo di femminismo vuoto che si trovava su Tumblr nel 2014 circa: affermazioni fiorite sui fardelli e i punti di forza della femminilità, ma nessun vero impegno con qualcosa che andasse oltre la superficie.

Di volta in volta, la madre esprime chiaramente la sua rabbia e il suo risentimento per il fatto di essere una casalinga. Il film si apre letteralmente con la sua ammissione “Sono sempre arrabbiata”, ma nonostante ripeta incessantemente quest’affermazione, il film non ci consente mai di assistere alla sua rabbia in modo significativo. La sua frustrazione è tradotta attraverso sguardi fulminanti, parole taglienti e violenza immaginata, ma a questa violenza non è mai permesso di raggiungere il culmine. Invece, la sua rabbia è repressa finché non si manifesta come una trasformazione fisica in un animale, una debole metafora che suggerisce che la rabbia di una madre può essere compresa solo attraverso termini animaleschi. Quando la madre accetta la sua ritrovata fisicità come cane, dichiara: “Una volta ero una ragazza, una sposa, una madre. E ora sarò questo”. Si potrebbe essere perdonati per supporre che l’implicazione di una progressione naturale da madre ad animale porterebbe a una discussione sull’intenso impatto fisico e psicologico della gravidanza e del parto sul corpo umano, ma il film rimane in gran parte disinteressato a tutto ciò. In effetti, Nightbitch ha una sorprendente mancanza di interesse per la rabbia femminile.

Questa è una storia su una donna arrabbiata che si autoproclama tale ma che in realtà non urla mai. Abbaia, ringhia, lancia occhiate minacciose, ma non c’è mai un momento catartico di liberazione che le permetta di scatenare la sua ira repressa. I suoi momenti di furia sono prevalentemente relegati alla sua forma animale e ai suoi sogni ad occhi aperti in cui immagina di schiaffeggiare il marito o di avventarsi su di lui come un lupo. Per quel che vale, Amy Adams dà tutta se stessa. Pronuncia le sue battute più violente con un tocco comico e abbraccia la fisicità di una donna trasformata in cane con facilità, offrendo una performance stellare in un film superficiale. La sua immagine che corre in giro a quattro zampe e ulula con un branco di cani è divertente, certo, ma da qualche parte lungo la strada, quel potenziale per il film di essere qualcosa di veramente atipico ed unico si dissipa, e la rabbia molto reale che il suo personaggio ha provato nel diventare “la casalinga che non ha mai voluto essere” si dissolve in un’esplorazione sconcertantemente innocua della maternità. Come recita un noto proverbio, “can che abbaia non morde”.
L’opera di Marielle Heller si nega di abbandonarsi al realismo magico che avrebbe permesso a Nightbitch di essere un prodotto interessante e, di conseguenza, il film adotta un approccio superficiale alle trappole della maternità, presumendo – come farebbe un uomo – che la rabbia di una madre sia semplicemente limitata all’ambito domestico e possa essere curata con delle scuse. Finale più deludente non potevamo averlo.
Nighbitch è disponibile su Disney+.
-Angelica
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