
C’è un certo filone di film che negli ultimi anni ha suscitato un grande interesse, puntando sul mistico fascino delle ambientazioni nordiche: il folk horror. Pellicole come The Witch e Midsommar – entrambe targate A24 – hanno saputo regalare al pubblico un appagante spettacolo, mixando superstizioni e paganesimo, e l’esordio alla regia dell’islandese Valdimar Jóhannsson che porta il titolo Lamb (2021) è un altro esempio riuscito di questo sottogenere orrorifico.
Maria (Noomi Rapace) e Ingvar (Björn Hlynur Haraldsson) allevano pecore nelle isolate valli islandesi, quando un giorno s’imbattono in una creatura particolare, per metà agnello e per metà umana. Reduci della recente scomparsa della figlia Ada, decidono di accudire il nuovo arrivo in famiglia come se fosse il loro nascituro, dandole addirittura lo stesso nome della figlia defunta, vestendola come una bambina ed insegandole a comportarsi esattamente come un essere umano, abbandonando così il lato animalesco. Ma ben presto i due coniugi dovranno affrontare un’oscura presenza che miete terrore fra le silenti montagne.

Nella mitologia norrena spessp la natura viene dipinta come una vera e propria entità ostile e maligna. Un luogo da temere per la sua inespugnabile grandezza, per quell’impossibilità di salvezza dinanzi alle creature che vi albergano. Il nostro sguardo si perde nell’infinito verde che man mano sfuma nelle fitte nebbie dell’Islanda, dove i pochi personaggi del film affogano lentamente nei loro drammi. L’animale si fonde con l’umano, innesca meccanismi assopiti, rievoca la bestialità.

La maternità in Lamb ha un predominante richiamo biblico. Infatti la protagonista interpretata da Noomi Rapace porta il nome di Maria e la piccola Ada è stata concepita la notte di Natale. Gli stessi fattori rappresentano la famiglia modello della cristianità, che cresce coltivando i frutti della propria terra. Ma quella di Maria non è tanto una benedizione divina, quanto più una condanna. In lei matura un irrefrenabile desiderio possessivo nei riguardi della nuova figlioletta che proteggerà con tutto le sue forze, commettendo anche uno dei peccati più imperdonabili. Ancora una volta però è la natura ad uscirne vittoriosa, con la sua ferocia matriarcale.

Il regista lascia spazio ad immagini, suoni, vibrazioni poiché capaci di comunicare meglio delle parole. Assistiamo a campi lunghissimi, primi piani claustrofobici ed una suspence costruita sapientemente alternando momenti di climax ad episodi più giocosi e sereni. Il tempo in Lamb è dilatato, prolisso il giusto, così da farci vivere un’esperienza sensoriale in primis e solo successivamente il racconto. Nonostante la tragedia preannunciata che si consumerà nel finale, il film non vuole in alcun modo spaventare lo spettatore, nemmeno inorridirlo. È impossibile non provare affetto e compassione per la tenera Ada, col suo maglioncino accollato e quello sguardo curioso.

Lamb è un lento viaggio nella caducità di un amore, segnato da flebili belati e colpi di fucile. Un film che affascina ed ipnotizza portando in scena tutto il misticismo norreno e rimembrandoci – nel caso non ci fosse abbastanza chiaro – che non si scherza con Madre Natura.
– Angelica
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