Bugonia

Il nuovo film di Yorgos Lanthimos è un’esperienza intensa e avvincente, in gran parte perché assume la forma di un duello – tattico, filosofico, brutale – tra due personaggi che sembrano quasi impegnati in una gara intitolata “Chi è il criminale antisociale più oltraggiosamente spettacolare?”. Liberamente ispirato al film sudcoreano del 2003 Save the Green Planet!, diventa sempre più interessante man mano che procede. A rappresentare la classe sociale più disagiata c’è Teddy (Jesse Plemons), ossessionato dalle teorie del complotto, che ha coinvolto il cugino neurodivergente Don (Aidan Delbis) in una missione per rapire Michelle Fuller (Emma Stone), CEO di Auxolith, una potente azienda farmaceutica. Teddy crede che Fuller sia un’aliena proveniente dalla galassia di Andromeda, sotto mentite spoglie umane, intenzionata a distruggere la Terra. Nell’interpretazione di Stone, emerge come qualcosa di tristemente familiare: un robot aziendale spaventosamente abile nel nascondere la sua intrinseca anti-umanità dietro una maschera di empatia di facciata, per la quale ogni scambio è in definitiva una mera transazione. La sceneggiatura di Will Tracy crea un’esposizione ingegnosamente arguta e incisiva delle mentalità contrapposte di cui parla. Nella sua parte centrale, il film potrebbe quasi essere un’opera teatrale Off Broadway a due personaggi sulle guerre ideologiche di oggi.
F1

F1 è senza dubbio la quota “ma seriamente?” della Top 10 di quest’anno, quel film che tutti ci siamo chiesti come sia finito in questa categoria. L’ex pilota Sonny Hayes, ormai ultracinquantenne, decide di ritornare in pista dopo trent’anni fuori dalle scene, quando era stato costretto a ritirarsi a seguito di un terribile incidente. Poco c’è da dire su questo film: è il classico blockbuster sportivo con i temi del duro lavoro, della rivalsa, dell’importanza del gioco di squadra. Avvincente durante le gare, ma debole per quanto riguarda lo sviluppo dei personaggi. Avrei preferito più parità a livello di rilevanza nella trama tra Sonny Hayes e Joshua Pearce, il talentuoso ma arrogante giovane pilota della scuderia APXGP, nonché suo compagno di squadra. Lo scontro generazionale tra i due piloti poteva essere l’elemento vincente per rendere F1 un film interessante anche al di fuori delle corse, ma purtroppo la scelta di avere Hayes come protagonista indiscusso ha appiattito tutti i tentativi di approfondimento di Pearce. Interessante, infine, la scelta di rendere APXGP l’unica scuderia fittizia della pellicola, facendola gareggiare contro le vere squadre di Formula Uno (tutti gli altri piloti interpretano loro stessi!). In conclusione, film godibile soprattutto se vi piacciono le macchine che fanno brum brum, ma gli stessi temi sono stati trattati meglio nella trilogia di Cars.
Frankenstein

Cosa ci aspettiamo da un nuovo film di Guillermo Del Toro? Sicuramente un film gotico all’estremo, (specialmente trattandosi di un retelling del famosissimo Frankenstein di Mary Shelley); sicuramente lo immaginiamo inquietante, tanto da lasciare un senso di meraviglia sconcertante. È stato così? Io dico di no. Come si definisce, quindi, il tentativo di Del Toro di creare una storia affascinante su Frankenstein e la sua Creatura? Anche in questa trasposizione, alla fine tutto si concentra semplicemente su “il mostro sei tu” riferito, ovviamente, al Creatore. Forse l’unica scelta intelligente è stata quella di portare Jacob Elordi sul set, anche se è stato il rimpiazzo di Andrea Garfield. Personalmente, credo che la Creatura sia riuscita perfettamente all’attore, I suoi occhi estremamente espressivi, che hanno stregato Del Toro stesso, riescono a specchiare la disumanità di Frankenstein e a far risaltare l’empatia della Creatura stessa. Se non ci fossero stati anche Mia Goth e Oscar Isaac, questo film avrebbe poco da dire, considerando che la scenografia è accennata quel che basta per far capire che si tratti di un’ambientazione gotica e la voce di Guillermo Del Toro appare abbastanza inesistente e la pellicola appare priva di carattere.
Hamnet

Un racconto di amore e di perdita raccontato con delicatezza e rispetto dalla regista premio Oscar Chloe Zhao. Hamnet è la storia di Agnes e Will e dei loro figli nell’Inghilterra del XVI secolo, ma, soprattutto, è la storia di come l’arte, grazie alla sua immortalità, sia il mezzo più potente di tutti, forse più della vita stessa. Sebbene il film racconti le vicende della famiglia di William Shakespeare, il nome del celebre drammaturgo britannico è menzionato molto tardi nella pellicola: una scelta non casuale, perché il film, così come il romanzo da cui è tratto, non vuole essere una biografia di Shakespeare, ma vuole concentrarsi sui temi della famiglia e del lutto, spogliando il genio del mito e raccontandolo come uomo, padre e marito. Questa non è la storia di Anne Hathaway e di William Shakespeare, ma di Agnes e Will, due coniugi che devono affrontare la sfida più difficile di tutte: la morte di un figlio. Ecco che la loro tragedia diventa il simbolo di un’esperienza collettiva, un dolore straziante, ma condiviso. La scena finale, diventata subito la più famosa del film, crea una connessione definitiva tra personaggi e spettatori su un duplice livello, mostrando a tutti il vero potere dell’arte come strumento di memoria e condivisione.
Marty Supreme

“L’ossessione batte il talento”. Marty Supreme potrebbe essere l’emblema di questa frase. Timothée Chalamet personifica Marty Reisman, leggenda del Ping-pong americano, noto come “Il mago del tennis da tavolo” o “The Needle” (L’Ago), per il suo stile di gioco scattante.Il film di John Safdie è altamente adrenalico. Chalamet si ritrova nei panni di un personaggio fastidioso e rivoltante, che conduce la sua vita senza alcuna etica o moralità. I suoi muscoli e I suoi cervelli si muovono ascoltando soltanto la voce dell’ossessione feroce, che va oltre tutto e tutti. Marty è un selvaggio che brama il riconoscimento assoluto. Il film funziona, ma dovete prepararvi ad avere ansia il 99,9% del tempo, con I suoi ritmi ansiogeni, e dovete sopportare che il protagonista sia estremamente insopportabile per godervi la visione il bello del film.
One Battle After Another

Il nuovo turbolento film, scritto e diretto da Paul Thomas Anderson, è ambientato in un’America trasformatasi in uno stato di polizia fascista: un luogo dove gli immigrati vengono radunati in massa e rinchiusi in centri di detenzione, dove polizia ed esercito si sono fusi in un’implacabile forza autoritaria, dove un gruppo di scalmanati guerriglieri rivoluzionari tenta di sovvertire il regime attraverso attentati dinamitardi e rapine in banca. One Battle After Another è un film che coglie l’urgente e feroce realtà del presente; ti fa venire i brividi, ma è anche un campanello d’allarme. Eppure, quando ne senti parlare, la sua attualità distopica può sembrare piuttosto aggressiva, quasi un thriller satirico esagerato e senza fronzoli, che descrive la situazione attuale e il futuro che potremmo vivere. La sorpresa del film sta nel fatto che, pur affrontando con grande lungimiranza i pericoli e le ansie del nostro tempo, è anche un dramma totalmente realistico e in cui è facile immedesimarsi.
The Secret Agent

Il nuovo film del regista Kleber Mendonça Filho è ambientato nella dittatura brasiliana degli anni ’70 e la sua brillantezza visiva, i sensuali intrighi della grande città, la comicità scanzonata, le macabre apparizioni di personaggi loschi e il mistero epicamente languido, si combinano per creare qualcosa di speciale. Parla della meschinità quotidiana della tirannia politica, ad alto e basso livello, e per la sua tematica e la prospettiva contemporanea, potrebbe essere paragonato a I’m Still Here di Walter Salles. Eppure questo film è più ambizioso, più complesso e sfuggente. Visivamente e drammaticamente superbo sotto ogni aspetto, The Secret Agent si muove sullo schermo con una sicurezza pacata, soffermandosi ad assaporare ogni bizzarro sprazzo di comicità, ogni sfumatura erotica o nota di pathos, nel suo tortuoso percorso verso il violento finale. Non ha i cliché del thriller convenzionale e aspettarseli potrebbe generare impazienza. È più romanzesco a suo modo: un film incentrato sui personaggi, una vetrina per la complessa e toccante interpretazione di Wagner Moura, ma anche la base per una regia avvincente e di grande maestria.
Sentimental Value

Il nuovo film di Joachim Trier ha già vinto parecchi festival mondiali, mostrando un dramma familiare che cerca di ricucire i legami attraverso il potere dei ricordi e della recitazione. Gustav Borg (Stellan Skarsgård) è un regista che desidera girare un nuovo film all’interno della casa d’infanzia delle sue due figlie, Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas). La pellicola dovrebbe riportare il regista alla vetta della sua carriera e, per questo motivo, sceglie Rachel Kemp (Elle Fanning), famosa attrice Hollywoodiana. L’idea del cinema dentro al cinema crea, da sempre, una meraviglia che difficilmente si spiega a parole. Da spettatore e spettatrice, vedere gli attori del film recitare come se stessero recitando in un’altra parentesi filmica, porta uno strano senso di malinconia, lo stesso sentimento che permea Sentimental Value. Il film ruota attorno al concetto di “padre” e ai risvolti frammentati che può presentare una relazione tra figli e genitori adulti. Attraverso racconti perduti dell’occupazione nazista della Norvegia e pieghe drammatiche sulla vita della famiglia, Sentimental Value sembra una di quelle sedute dallo psicologo che non avevi voglia di fare, ma che poi sei grato di aver fatto, perché ti fa scoprire realtà fondamentali su te stesso/a e sulla tua vita.
Sinners

Se c’è un film tra i candidati all’Oscar ad aver saputo bilanciare alla perfezione intrattenimento e dramma, quello è proprio I Peccatori (Sinners). Con sedici nominations ricevute, è ad oggi il film più candidato della storia e, per una volta, posso dirmi d’accordo! Negli anni ’30 del Novecento, i gemelli afroamericani Stack e Smoke, insieme al cugino musicista Sammie e altri conoscenti, decidono di aprire un juke joint per la comunità nera locale, ma, durante la serata di inaugurazione, dovranno vedersela con il vampiro irlandese Remmick e la sua banda. Tra musica, razzismo e tanto, ma tanto sangue, Sinners regala al pubblico performance incredibili, una trama incalzante e tanto divertimento, senza mai mettere in secondo piano gli importanti temi sociali che vuole trattare. È una storia stratificata che unisce horror e folklore, razzismo e cambiamenti sociali, con personaggi, anche secondari, memorabili e ricchi di sfaccettature. La colonna sonora è il pilastro portante del film: potente ed evocativa, rappresenta il punto di forza della pellicola, nonché il suo aspetto più indimenticabile anche per lo spettatore occasionale. Un connubio di generi diversi che racconta, attraverso l’America del passato, tante verità sull’America del presente.
Train Dreams

Se con All of Us Strangers, Andrew Haigh, aveva dimostrato una capacità unica nel raccontare la solitudine e i fantasmi del lutto, la trasposizione cinematografica di Train Dreams, basata sul libro del 2011 di Denis Johnson, appare abbastanza piatto e senza quella drammaticità che ci si spetterebbe. Il film racconta la vita di Grainier (Joel Edgerton), la tragedia che colpisce e la sua famiglia e, conseguentemente, il suo impegno nel lavoro faticoso nei boschi dell’Idaho. Le vicende sono inserite all’interno della fine dell’era della frontiera e dell’arrivo della modernità, che si porta via tutto quello che è nato e cresciuto come una lunga parentesi di lentezza e contemplazione della vita nella sua semplicità, nel bene e nel male. Centrale è l’attenzione sul mondo circostante, su quanto significato ci sia in ogni gesto e in ogni cosa osservata. Peccato che, per quanto mi riguarda, l’esperimento non risulti riuscito, lasciando la storia così isolata rispetto ai sentimenti dello spettatore e della spettatrice, da non riuscire ad assorbirla appieno.
-The CineCrows
Lascia un commento