
Le dimensioni non contano. Ebbene, non pensavo di iniziare così questa recensione, eppur è una doverosa premessa che mi sento di fare. Le dimensioni non contano, e mi sto riferendo – ovviamente, non siate maliziosi – al cinema. Non è l’eccessiva durata di un film a conferirne maggior impatto, perché una grande storia può benissimo esser raccontata in un lasso di tempo assai più esiguo. Dunque non sono quel genere di persona che di fronte a film di tre ore, avverte la stima accrescere, anzi, in me nasce una preoccupazione non da poco, perché più hai da offrire, più hai da perdere, e ciò può benissimo adattarsi agli intenti di un regista.
La sfida cinematografica di organizzare una produzione massiccia non garantisce che il prodotto finale avrà un’influenza maggiore come opera d’arte. Ma non c’è niente di meglio di un grande colpo di scena che sovverte le nostre titubanze. The Brutalist di Brady Corbet è un risultato colossale, che bilancia magistralmente intimità e imponenza scenica. Con una durata di 3 ore e 35 minuti, il film pretende un pubblico attento, in ascolto, e la sfida dello spettatore risiede proprio nel cogliere tutta la solennità di quest’opera.
Il film narra la storia di László Tóth (Adrien Brody), un architetto ebreo ungherese, da quando giunge in America dopo essere sopravvissuto all’Olocausto. Le sue esperienze durante la guerra non ci vengono mostrate, bensì rappresentate da una scena in cui il caos è sovrano, un incubo oscuro di corpi anonimi, alla ricerca della luce mentre una lettera della moglie Erzsébet (Felicity Jones) viene letta in voice-over. In essa, descrivendo la sua ritrovata liberazione da parte dell’Unione Sovietica, cita Goethe: “Nessuno è più schiavo di colui che si crede libero senza esserlo”. László emerge giubilante sul ponte di una nave, con la Statua della Libertà in bella vista.
Brady Corbet, attraverso disorientanti trucchi di prospettiva e movimenti di camera convulsi che ricordano il finale di The Childhood of a Leader (opera prima del regista), mostra Lady Liberty capovolta, o di lato, in ogni modo tranne che in posizione verticale. Qualunque cosa attenda László nella terra dei liberi, ci avverte il film, non è la libertà. E per salare quella ferita, il protagonista finisce a Philadelphia, il luogo di nascita del gran paese. Suo cugino Attila (Alessandro Nivola) si è costruito una vita lì da tempo, con moglie cattolica e tutto il resto. László può vivere nel loro magazzino e progettare mobili per il loro negozio, con Erzsébet e sua nipote Zsofia (Raffey Cassidy) ancora bloccate in Europa.

László lotta duramente, sopportando le umiliazioni della sottoccupazione e della tossicodipendenza, finché Harrison Lee Van Buren (Guy Pearce) non entra nella sua vita. Questo uomo ricco e potente diventerà il suo benefattore. Elogerà il talento di László, muoverà i fili con l’immigrazione per lui e alla fine lo assumerà. Incarica l’architetto di un progetto la cui portata né lui né Van Buren hanno mai osato tentare prima. Lo svolgersi di questa realizzazione architettonica definisce il film a livello di trama, ma sappiate che gran parte di The Brutalist è un dramma sui propri personaggi.
Adrien Brody svolge un lavoro davvero delicato per qualcuno con tutto il peso del film sulle sue spalle, portando dentro di sé il complesso turbinio di dolore e superiorità che complica la sua posizione sociale nel nuovo paese. La feroce presenza di Felicity Jones cambia completamente l’energia della seconda metà del film, mentre Joe Alwyn nei panni del figlio di Harrison, Harry, fornisce un contrasto viscido e fondamentale con suo padre, essendo il risultato di esser cresciuto ricco e privilegiato fin dalla nascita.

Ma a brillare, secondo me, è Guy Pearce. Gli viene chiesto di incarnare quasi una caricatura di un uomo imperante e schietto degli anni ’50 e, per gran parte del film, è una presenza comica affidabile. Ma questa facciata è la performance di Harrison, non quella di Pearce, e l’attore si prende il suo tempo per rimuovere gli strati del suo personaggio, fino a farci rimanere disgustati dalla sua presenza. Gli scambi tra Harrison e László, che vanno dal goffo all’amichevole al combattivo, sono spesso i momenti salienti di The Brutalist, che sfrutta il flebile equilibrio fra i due personaggi per imbastire una tensione crescente, fino al culmine dell’agonia (repressa) e della follia.
Tuttavia, il film non è confinato entro i limiti delle vite dei suoi personaggi. Corbet intervalla il film con video e voci fuori campo tratte da documenti storici, tra cui uno speciale sulla crescita dell’economia della Pennsylvania, la dichiarazione di indipendenza di Israele e un notiziario sul primo test di missili balistici intercontinentali degli Stati Uniti. Questi intermezzi ci collocano nel tempo e danno alla storia una presenza imprescindibile accanto alle vicende personali dei protagonisti, dipinti dalla penna di Brady Corbet e di Mona Fastvold, qui in veste di co-sceneggiatrice.

L’arte di László è il punto di convergenza dell’intero film. Avvertiamo quella sintesi molto prima di vederla, o addirittura di capirla. Impariamo molto sul design di László, ma non è la stessa cosa di vivere la sua arte. Invece, ciò che più si avvicina alla grandezza del sogno che sta inseguendo, ci viene comunicato attraverso le immagini e la musica. Se László porta con sé il suo passato e il suo presente, la colonna sonora curata dal prodigioso Daniel Blumberg è il futuro. A volte è epica, a volte strizza l’occhio al jazz, ma è definita soprattutto da un rimescolamento ritmico, come la grande macchina del progresso che va sempre avanti.
Dinanzi a quell’accostamento di note stridenti e fotografie confuse in un imponente scontro di idee, potevo sentire il mio petto gonfiarsi con la consapevolezza che qualcosa di magnifico fosse in corso d’opera. Lì seduta sulla mia poltroncina, nella gloriosa Sala Grande della Mostra d’arte cinematografica di Venezia, stavo assistendo ad un capolavoro di ambizione e bellezza, un film proiettato su pellicola 70mm e girato in VistaVision, un formato widescreen introdotto negli anni ’50, sotto l’attenta cura del direttore della fotografia Lol Crawley. In questo caso – permettetemelo – ma sì, le dimensioni contano, perché le immagini appaiono vibranti, spettacolari, con una texture e grana senza tempo.
L’epopea americana di Corbet sembra una risposta a film come Quarto Potere, Il Petroliere o, più recentemente, Oppenheimer di Christopher Nolan. Questi film seguono uomini con un ego e una grandiosità come pochi, ma The Brutalist ci implora di pensare a coloro che vengono colpiti dalle loro imprese. Eppure, questa è solo una parte del film. Brady Corbet e Mona Fastvold hanno cucito strati di temi e idee stimolanti, con risultato un’opera che sa essere profonda e oscura, ma anche toccante e incantevole. È un film spinoso e complesso, ma è un’impresa così propulsiva e travolgente che non si può che sentirsi fortunati di provare sulla propria pelle tutto ciò, e grati a Corbet per averci fatto dono di The Brutalist.

Sin dal 2015 con The Childhood of a Leader, Brady Corbet ha voluto affermarsi come un nuovo autore del cinema americano, dopo aver iniziato la sua carriera come attore. È uno stile di regia che si sente in debito con l’epica di David Lean e Francis Ford Coppola, che relativamente pochi registi riescono a realizzare con successo (forse uno dei pochi registi americani contemporanei a riuscirci è Paul Thomas Anderson). Che Brady Corbet speri di essere visto in un calibro simile è una speranza – ben riposta – ma con The Brutalist sembra che stia cercando di tornare indietro ad un’altra epoca. E solo per questo, è difficile non lasciarsi travolgere dalla portata e dall’ambizione di questo film.
Ciò che è ancor più impressionante dell’assoluta bellezza di The Brutalist, è il fatto che Corbet abbia lavorato con un budget molto modesto. Rispetto agli oltre 100 milioni di dollari spesi per recenti produzioni come Oppenheimer o Killers of the Flower Moon, The Brutalist è costato solamente 10 milioni di dollari.
Il merito di Brady Corbet di esser stato in grado di creare un’epopea di questo tipo con così poco, sembra un atto d’accusa al sistema degli studi che sfornano costantemente successi senza un particolare brio visivo e le ridicole quantità di denaro spese a loro volta per le campagne marketing dei suddetti film. Qui nessun giochetto furbo è stato adoperato, nessun abile stratagemma: The Brutalist sta avanzando coi propri passi, ammassando consensi e premi semplicemente grazie al riscontro positivo di critica e pubblico. Un film che fa parlare bene di sé, ed è ciò che gli basta per andare avanti.

The Brutalist è un film che ci porta davvero alle radici della realtà che è il sogno americano: sebbene sia costantemente pubblicizzato come l’ingresso ideale per il paradiso secondo molti ricchi cittadini americani, qui lo vediamo come una forma di sfruttamento della popolazione immigrata negli Stati Uniti, soprattutto all’ombra dell’Olocausto. Mentre i soldati vengono costantemente etichettati come eroi di guerra per aver salvato la popolazione ebraica dai campi di concentramento, molti degli stessi cittadini che vediamo qui lottano per far quadrare i conti e trovare un senso d’appartenenza – compreso lo stesso László.
Ciò implica anche l’ascesa del sionismo negli Stati Uniti e la formazione di Israele come mezzo per consentire alla popolazione ebraica la possibilità di tornare in quella che crede essere la propria patria. Ma anche assistendo a tutto questo attraverso la prospettiva di László, vediamo come il suo talento per l’architettura viene minato da Harrison Lee Van Buren, con quest’ultimo che considera la sua superiorità come il risultato della sua ricchezza. Eppure c’è solo un limite a quello che László può fare in questo momento, data la promessa di una vita prospera per gli ebrei dopo l’Olocausto, soprattutto mentre la sua famiglia soffre costantemente con la vana promessa di ricevere una vita migliore.
Il tutto culmina in una delle interpretazioni più strazianti della carriera di Adrien Brody, forse la più impressionante sullo schermo dai tempi del suo ruolo da premio Oscar ne Il Pianista. La maggior parte del film è a suo carico, proprio come l’elaborata architettura che sta costruendo, ma sembra anche una dichiarazione sulla relazione di un artista con un sistema che lo sfrutta. Forse questo potrebbe essere il modo in cui Brady Corbet alla fine vede questa agognata ricerca a lungo termine, ma inquadrare il tutto come una storia epica di questa portata dimostra solo cosa può fare un simile risultato nella vita. Soprattutto quando tutto ti sembra vicino e tangibile come promesso, ma vieni allontanato da ciò che più ti rende felice.

Un film come The Brutalist è una rarità nel panorama cinematografico odierno. Il fatto che Brady Corbet abbia cercato di realizzare un’opera di questa portata è una cosa, ma che lo abbia fatto con tale grazia e intimità è un’altra. Non c’è un solo minuto che sembri sprecato, perché ci sentiamo sempre assorbiti in questo ambiente malsano motivato dal capitalismo mentre accoglie la bellezza di ciò che è rimasto nel mondo come lo conosciamo.
Ma questo è anche un film molto triste più di ogni altra cosa, che ti dà davvero un’idea di cosa significhi perseguire la creazione di qualcosa di così magnifico, soprattutto quando i finanziatori dettano legge. The Brutalist è la risposta di Brady Corbet alla svolta dell’industria cinematografica, una dichiarazione perfetta sull’eredità duratura dell’arte e lo ha fatto con uno dei film più incisivi dell’anno.
Lode a Brady Corbet, a Mona Fastvold, a tutto il cast – di cui voglio ricordare anche la presenza di Stacy Martin, Emma Laird e Isaach de Bankolé – e al prestigioso team artistico e tecnico.
The Brutalist vi aspetta al cinema a partire dal 23 gennaio 2025, distribuito da Universal Pictures Italia.
– Angelica

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