
Come regista, Luca Guadagnino ha uno stile unico e ricercato. Alla primissima visione di Queer – in concorso a Venezia81 – la sensazione è quella di trovarsi dinanzi ad una fusione di due cifre stilistiche distinte con cui di solito il regista italiano si approccia per la realizzazione dei suoi film. È incredibilmente sensuale e incentrato su tematiche emotive toccanti, come in Call Me By Your Name e Bones and All, ma anche impenitentemente weird e senza paura di correre rischi a livello di resa visiva/artistica, come fece con Suspiria. Forse questo è Guadagnino che egregiamente unisce i due lati della sua vena registica, o forse è il film stesso che gli dà l’opportunità di essere completamente autentico.
Basato sul romanzo omonimo di William S. Burroughs, Queer ci porta in Messico, all’inizio degli anni ’50, dove William Lee (Daniel Craig) trascorre le sue afose giornate bevendo molto, assumendo abbondanti droghe pesanti e condividendo il proprio letto con uomini diversi ogni notte. Non ha grandi pretese, si accontenta di chiunque voglia fargli compagnia in quei sudici motel, che odorano di sudore e melanconia. Ma poi incontra Eugene Allerton (Drew Starkey), un giovane uomo della marina di cui si infatua quasi immediatamente. Dopo aver trascorso del tempo insieme, Lee convince Eugene a seguirlo in giro per il Sud America, alla ricerca di un viaggio psichedelico mistico.

Queer è diviso in tre capitoli e un epilogo. Il primo descrive la ricerca di Eugene da parte di Lee, uno sforzo goffo e insistente che rasenta l’ossessione. Ma c’è una scintilla, una connessione, forse immediatamente o forse semplicemente inevitabilmente, e la chimica tra Craig e Starkey è intensamente palpabile. C’è una disperazione in Lee che inizia come un barlume e una suggestione, ma diventa qualcosa di molto più tangibile man mano che la loro relazione si evolve. Quando dormono insieme tutto sembra significativo, come un cambiamento rispetto ai soliti incontri che Lee sperimenta, è come se qualcosa lo alterasse, qualcosa che significa necessariamente “di più”.
Il secondo e il terzo capitolo tracciano il loro viaggio in Sud America ed è qui che le cose prendono una svolta ambigua. Guadagnino non ha paura di osare con le sue immagini, utilizzando un po’ di CGI stravagante per raffigurare elementi tematici in un modo che potrebbe polarizzare alcuni spettatori, ma non farà altro che amplificare l’esperienza per coloro che sono disposti ad accettare il teatro dell’assurdità.
Il film affronta con atteggiamento diretto la dipendenza (dalle droghe e dai sentimenti) di Lee e la dinamica mutevole tra i due, così come la solitudine, l’amore, la lussuria e cosa significa per loro essere queer. Guadagnino indaga la loro comprensione di se stessi e degli altri con un approccio davvero viscerale e toccante, attraverso anche scenari psichedelici che risultano essere i momenti di maggior splendore e bellezza di tutto il film.

Queer nel suo insieme ha una vivida lucentezza, una qualità surreale che dà a ogni location una sensazione quasi di set cinematografico, di finzione. Sembra allo stesso tempo contenuto e pieno fino a scoppiare, l’ambiente attorno ai personaggi pare un po’ stagnante e fittizio, come i sentimenti disillusi e ingannevoli di tutti quegli uomini alla ricerca di corpi e nulla più. È una dicotomia davvero interessante, un dettaglio semplice ma efficace in un film che è così impegnato a scavare nella profondità del subconscio umano, da potersi permettere di prestare attenzione anche alle minuzie. Eppure Queer non perde di vista nulla, e per quanto la ricostruzione di questa Messico si avvicina più allo chic borghese milanese che alle pagine del romanzo originale, il risultato è visivamente appagante.
L’opera di Burroughs è un’esamina delle norme sociali che circondano la sfera sessuale. All’epoca della sua pubblicazione, l’autore fronteggiò i pregiudizi affrontati dagli omosessuali durante gli anni ’50, un periodo segnato dalla repressione e dall’ignoranza. Attraverso la definizione del concetto d’identità, Burroughs tratta la dolorosa alienazione vissuta dalla comunità queer. I temi della dipendenza si intrecciano con l’incessante ricerca di Allerton da parte di Lee, rispecchiando la duplice lotta nel cercare l’amore e combattere l’abuso di sostanze. La parola stessa, “queer”, porta il peso dello stigma storico. Rivendicando questo termine nel suo romanzo, Burroughs esprime l’esperienza universale del desiderio e del rifiuto. Il dolore inflitto dai vincoli sociali colpisce profondamente Lee e, mentre vaga per i locali notturni e le sue esplorazioni oniriche, rivela la gloria e l’agonia di quell’amore così ambito in un ambiente del tutto ostile.



Questo è il cammino dell’eroe (dall’anima macchiata di peccati e rimorsi) che si fa strada per tutto il corso del film, un’esplorazione sensoriale e percettiva dell’io, dell’individualità e della collettività, l’indagine di quell’identità che non tutti sono disposti ad accettare. Guadagnino lo ha fatto, lo rimarca, lo imprime sulla pelle come Lee, non solo alterego di Burroughs ma anche fantoccio del regista italiano, che ancora una volta ci pone dinanzi a quesiti senza risposta, perché la vita è anche sentirsi irrealizzati, sconnessi in un mondo di connessioni, soli fra la gente, vagabondando fra il bisogno incessante di conforto e quello di spingersi oltre la linea tratteggiata, quella che ti fa sentire al sicuro. Siamo tutti realtà fratturate intente a rimettere insieme i propri pezzi.
In conclusione, Queer non si pone solo come una pellicola che indaga sul desiderio omosessuale, ma come una profonda riflessione sulle relazioni umane e sulla capacità di devozione. Guadagnino svela magistralmente il tumulto emotivo del suo protagonista, stratificandolo con umorismo oscuro e una critica pungente alla cultura odierna. Ritrae la difficile situazione dei suoi personaggi, catturando l’essenza dell’amore come una forza inquietante che può facilmente incoraggiare quanto distruggere. Anche decenni dopo la pubblicazione del romanzo, Queer risuona con chiunque abbia osato raggiungere quel tipo d’intimità, evidenziando irrequietezza nella ricerca di connessione e accettazione.


Daniel Craig è eccezionale nel ruolo di Lee, privo di inibizioni, vanità e moderazione. Essendo uno zoticone che beve pesantemente, il suo carisma naturale trascende il disgusto. Come tossicodipendente distrutto dall’astinenza, è pateticamente e straziantemente vulnerabile. E come uomo alla scoperta di se stesso, è crudo, aperto e molto coinvolgente sullo schermo. Senza ombra di dubbio, la sua miglior interpretazione.
È una performance così potente che rischia di mettere in ombra coloro che lo circondano, ma il cast di supporto è più che in grado di reggere il confronto. Jason Schwartzman e Lesley Manville, in quelli che avrebbero potuto essere ruoli blandi nelle mani di attori e registi minori, regalano interpretazioni davvero memorabili che elevano le poche scene in cui si trovano. Ma quello che spicca di gran lunga è Drew Starkey, il cui Eugene è stratificato e complesso quanto Lee. È distaccato ed enigmatico, ma c’è una sensibilità e una confusione in lui che sbocciano mentre segue Lee nella giungla (letteralmente e figurativamente). Come individui, Lee ed Eugene sono interessanti e intriganti, ma come coppia sono caotici e disordinati, con una relazione goffamente indefinita ma rigidamente strutturata che significa qualcosa di diverso per ciascuno di loro e conferisce al film gran parte della sua intensità.

L’utilizzo della musica è un altro aspetto particolarmente audace in Queer, con una colonna sonora realizzata da Trent Reznor e Atticus Ross, così come tracce dei Nirvana e di Prince che vengono impiegate in modo mirato ed efficace.
La fotografia di Sayombhu Mukdeeprom è sorprendente nella sua attenzione ai dettagli. Dal modo in cui Lee cammina per le strade messicane al modo in cui la telecamera cattura i momenti più intimi suoi e di Eugene, sembra squisitamente studiato e mai invadente. Ci lascia entrare, ma sa quando tirarsi indietro e tenerci fuori.

Queer è un film realizzato con cura, passione ed amore. È meraviglioso, disordinato e crudo, audace nelle sue interpretazioni dei temi proprio come il romanzo originale di Burroughs era audace nella loro esplorazione. Potrebbe benissimo essere un incapsulamento di ciò che rende Luca Guadagnino un regista così eccezionale. Le sue visioni ed abilità assicurano che ogni progetto prenda forma in una maniera che sembra differente (dall’opera originale) e tuttavia così unica. Queer è la creatura straordinariamente espressiva di un maestro del mestiere, con un team creativo e un cast all’altezza.
Queer vi aspetta al cinema a partire dal 13 febbraio 2025, distribuito da Lucky Red.
– Angelica
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