#Venezia81 – Joker: Folie à Deux (2024), recensione in anteprima: Please, stop singing!

“Please, stop singing”, implora un esausto Arthur Fleck dinanzi alla sua controparte femminile, quella che dovrebbe essere la sconsiderata e imprevedibile Harley Quinn, ed ammettiamolo: tutti noi abbiamo desiderato che la talentuosissima Lady Gaga smettesse di cantare ad un certo punto, perchè alla quindicesima canzone eravamo tutti un po’ provati e sfiniti.

“Eh ma dai, si sapeva che sarebbe stato un musical!”, sono perfettamente d’accordo e vi dirò di più: è l’aspetto che più ha incrementato il mio hyper per Joker: Folie à Deux. perchè le mie aspettative dopo il primo film di Todd Phillips rasentavano il suolo, ma da bimba cresciuta a pane e musical ero pronta a lasciarmi travolgere dal turbinio musicale proposto dal pazzerello duo composto da Joaquin Phoenix e miss Germanotta. Ahimè, a questo sequel è mancato proprio l’X factor e molto probabilmente la vera folie è stata pensare che questo film potesse surclassare il precedente.

Queste premesse non volgono di certo a favore dell’opera di Todd Phillips, ma voglio essere onesta con voi lettori: c’è una gran differenza fra un bel film ed un film esteticamente bello. Joker: Folie à Deux rientra nella seconda categoria. Siamo oramai accerchiati da titoli stilisticamente ineccepibili, che puntano ad un’estetica ricercata, il che non è affatto una nota di demerito, ma tutto ciò dev’essere compensato da della sostanza di spessore, un racconto che riesca mescolare parole con immagini, suoni con emozioni, perchè altrimenti ci ritroveremo dinanzi solamente ad un freddo esercizio di stile. Ed io il compitino per casa non lo voglio vedere sul grande schermo, non è questo il cinema che fa per me. Ma facciamo un passo indietro ed addentriamoci in questo sequel.

Arthur Fleck, dopo aver assassinato in diretta televisiva il presentatore Murray Franklin, viene rinchiuso nel ben noto ospedale psichiatrico di Gotham City, l’Arkham State Hospital. In attesa di una sentenza da parte della corte, fa la conoscenza di Harleen “Lee” Quinzel ed è subito amore. Si susseguono momenti romantici, tentativi (falliti) di fuga dalla prigione ed una presa di coscienza da parte del protagonista: sono davvero il Joker che la gente si aspetta da me? La risposta ahimè deluderà le aspettative di tutti voi, perchè è proprio qui che crolla il palcoscenico.

Quando il Joker diventerà davvero il Joker? Questa è stata la domanda che mi ha tormentato durante il pluripremiato dramma di Todd Phillips del 2019. Il film ha impiegato ben due ore per raccontare il cupo retroscena dell’infanzia violenta di Arthur Fleck, i suoi problemi di salute, l’adozione di una nuova identità dalla faccia bianca e gli abiti da clown, la follia omicida che ha innescato le rivolte a Gotham City. Ma eravamo davvero dinanzi alla figura del Joker? Per essere onesti, l’idea di concentrarsi sul periodo pre-crimine di Arthur Fleck e di rendere omaggio ai film di degrado urbano di Martin Scorsese degli anni ’70 e ’80 è stato ciò che ha reso Joker così apprezzato. Ma ora che Phillips ha co-scritto e diretto il sequel, non dovremmo finalmente vederlo pianificare rapine, schiacciare rivali e forse anche trovarsi faccia a faccia col crociato mascherato che tutti conosciamo? Apparentemente no. Phillips e il suo co-sceneggiatore, Scott Silver, hanno deciso invece di portare avanti ancora di più il retroscena di Fleck. È una scelta che sovverte coraggiosamente le aspettative del pubblico, ma si traduce in un film che è uno slogan triste, deludente e francamente del tutto inutile.

Joaquin Phoenix ormai conosce a fondo il suo personaggio. La sua corporatura questa volta è ancora più sconcertante, quasi rachitico, completamente disarmato in seguito ad una vita di abusi e sopprusi. Eppure quando Arthur decide di abbracciare la parte Joker di se stesso, la sua postura cambia, quasi fissandosi, mentre Phoenix si distende sullo schermo, comodamente e con sicurezza, quasi sempre con una sigaretta in mano. Tuttavia, non perde mai la stupidità intrinseca di Arthur anche quando si presenta su questo fronte. Mentre il Joker passa da una forma di presentazione all’altra, anche il suo accento cambia, passando dal britannico all’americano del sud e viceversa, come se non riuscisse a capire chi (o cosa) vuole essere. La folie à deux citata nel titolo del film non è di certo quella fra Arthur e Lee Quinzel, ma le due facce interpretate da Phoenix, l’apparente volto del male e la banale realtà dei fatti.

La sorpresa più grande è che metà di Joker: Folie à Deux è ambientata nell’Arkham Asylum di Gotham, dove l’emaciato Arthur Fleck arranca senza vita durante la sua incarcerazione, e l’altra metà è ambientata nell’aula di tribunale della città, dove la sua sanità mentale viene valutata da una giuria. Il resto di Gotham si intravede appena, scelta assai azzardata per non dire controproducente. Nel manicomio, Fleck viene preso in giro da una guardia (Brendan Gleeson) e intervistato da un giornalista televisivo (Steve Coogan). E in tribunale, il suo avvocato (Catherine Keener) discute con il procuratore distrettuale (Harry Lawtey) sul fatto che Joker e Fleck siano due personaggi separati. I fan dei fumetti apprezzeranno il dettaglio che il procuratore distrettuale di Gotham è proprio Harvey Dent, colui che è destinato a diventare il diabolico Two-Face. Ma ciò non rende il dibattito in aula più avvincente, proviamo solo frustrazione nel guardare due personaggi che sono quasi – ma non del tutto – i villain di Batman, che non riescono a prendere vita.

In realtà, sono tre, non dimentichiamoci di Lee Quinzel. Ed è proprio qui che si evidenzia un altro aspetto fallimentare del film. La versione di Phillips della spalla del Joker, Harley Quinn (interpretata da Lady Gaga) è del tutto inutile ai fini della storia. Tralasciando l’enorme spazio che le hanno offerto coi suoi siparietti musicali (che va bene uno, va bene due, ma ad una certa pareva di essere davanti ad un concerto vero e proprio, dato che sono rare le volte in cui Harley Quinn si confronta con Arthur mediante il semplice uso della parola), il grave problema è che il suo personaggio manca totalmente di spessore. Non ha fibra, non ci viene dato sapere il perchè della sua ammirazione per Fleck, accettiamo semplicemente che lei brama essere la compagna del Joker, fine. Wow… senza contare che nonostante sia una pazza detenuta, le è permesso entrare ed uscire da qualsivoglia cella, la logica del racconto non è pervenuta.

Ma soffermiamoci su ciò che rende caratteristico questo film. I numeri di canto e ballo sono una gradita opportunità per ascoltare Lady Gaga cantare a squarciagola alcuni dei più romantici e iconici titoli del canzoniere americano, e un’opportunità assai meno gradita per ascoltare Phoenix dar voce alle sue interpretazioni più gracchianti. Ma nessuno di questi intermezzi è messo in scena con la folle immaginazione che potresti aspettarti dal Joker e Harley Quinn. E invece di portare avanti la storia, come dovrebbero fare le canzoni nei musical, la rallentano. Si ha la sensazione che Phillips semplicemente non avesse abbastanza trama per riempire altre due ore di film senza i segmenti musicali. Non è questo il senso di realizzare un musical, dove la musica ed i testi cantati fungono da veicolo per sviluppare il racconto. Dunque inutile creare fan-art del pazzo duo sulla locandina di La La Land, il paragone è inesistente.

Li vediamo svolazzare oniricamente, per lo più per citare le immagini familiari di altri musical, ad esempio il riferimento alla New Wave francese di Jaques Demy, The Umbrellas of Cherbourg, e il sincero ed espressionistico One from the Heart di Francis Ford Coppola. A parte ciò, l’espressionismo di Phillips si limita a far sì che ogni ambiente e fonte di luce assomiglino, in qualche modo, a un riflettore intenso puntato su un palco, delineando il profilo di Joker e Harley Quinn fino a quando non vengono definiti dalla loro forma – la loro iconografia. Sulla carta è un’ottima idea che attinge all’aspetto prestazionale associato al personaggio di Joker, ma raramente si evolve, visivamente o concettualmente.

Joker: Folie à Deux è un film deludente, ma sospetto che sia esattamente quello che dovrebbe essere. Ciò che Phillips sembra fare è rispondere al modo in cui Fleck è stato accolto dai fan del Joker del 2019. A me è sempre apparso come uno sfortunato passivo che ha fomentato rivolte più o meno per caso ed al quale non ho mai attribuito l’appellativo di genio del male, l’agente del caos che tutti noi abbiamo amato col volto di Heath Ledger. Eppure moltissimi spettatori hanno visto nel personaggio di Phoenix un Robin Hood rivoluzionario, che sferra un colpo a favore dei diseredati.

In Joker: Folie à Deux, Todd Phillips non vuole correre rischi. Ha concentrato il suo messaggio nella rivelazione che Arthur Fleck è solamente un tirapiedi debole ed egocentrico che delude tutti quelli che lo circondano. Non è nessuno. A seconda di come lo si guardi, questo esercizio di demitizzazione può essere audace o irritantemente compiaciuto, ma sicuramente non è molto soddisfacente in termini di appagamento visivo. Phillips sembra dire che se l’ultima volta ti sei innamorato dell’immagine messianica di Arthur Fleck, ecco servito lo scherzo, la grande beffa in cui siamo cascati tutti! Ora sappiamo a chi attribuire il vero ruolo del clown.

L’aspetto peggiore di Joker: Folie à Deux è il suo potenziale inespresso. Con la promessa di un nuovo approccio al Joker e ad Harley Quinn, collocandoli in un mondo in cui l’opposto della crudeltà è il romanticismo musicale, il sequel DC rimane impantanato da una lunga saga giudiziaria che colloca il film interamente attorno al suo predecessore, senza fare o dire nulla di nuovo. E peggio di un brutto film, c’è solo un film inutile.

Joker: Folie à Deux sarà disponibile nelle sale italiane a partire da mercoledì 2 ottobre 2024, distribuito da Warner Bros. Entertainment Italia.

-Angelica

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