
Il film d’esordio del regista cileno Felipe Gálvez dal titolo Los Colonos (The Settlers) è un western inebriante, cupo, lento nel muoversi fra le distese desolate della Tierra del Fuego, la punta più meridionale delle Americhe, spesso chiamata el fin del mundo, e sebbene ci troviamo nel 1901 – l’inizio di un nuovo secolo – sembra davvero di trovarsi dinanzi la fine del mondo. Le coinvolgenti sonorità e le immagini immacolate ci presentano un passato in cui bellezza e brutalità si mescolano perfettamente. Ma non è nella ferocia che il film trova la sua esplosione, quando più nei silenzi, negli sguardi ricolmi di disgusto e orrore che segnano i volti dei protagonisti. Los Colonos è come un serpente a sonagli, impercettibile quando si muove ma letale quando attacca.
Il film si apre con una citazione dal libro Utopia di Thomas More del 1516: “Le vostre pecore diventano così grandi che divorano e ingoiano gli stessi uomini.” Modellato in un carattere rosso accompagnato da colpi di tamburo minacciosi, il testo dà il tono al caos che presto avrà inizio.
Lo spietato proprietario terriero José Menéndez (Alfredo Castro) necessita di stabilire una rotta commerciale in modo che il proprio bestiame possa esser trasportato efficientemente dai suoi vasti ranch attraverso i terreni selvaggi fino all’Atlantico, ed incarica il soldato semplice MacLennan (Mark Stanley), scozzese al servizio dell’esercito britannico, per guidare la spedizione e la missione incaricatagli di sterminare quanti più indigeni possibili lungo la strada. Doveroso ricordare come i Selk’nam, originari di questa regione, furono completamente spazzati via durante questo periodo della storia cilena.

Menéndez lo costringe però a coinvolgere Bill (Benjamin Westfall), un mercenario texano che “può fiutare un nativo a chilometri di distanza” e la guida Segundo (Camilo Arancibia), per metà bianco e per metà cileno. Sui loro robusti cavalli, che arrancano attraverso paesaggi maestosi e ostili, con MacLennan e Bill che si sparano cattiverie a vicenda e Segundo che guarda in silenzio, questo potrebbe essere un film di John Ford, con un trio sull’orlo di un’alleanza virile.
Questo però non è il classico western. La sceneggiatura di Galves, curata insieme ad Antonia Girardi, è molto più nichilista. Laddove ci si aspetterebbe che si formino compagnie di viaggio balorde ed improvvisate a rallegrare i toni del film, facciamo i conti invece con ulteriore sfiducia e tradimento, fra grottesche barbarie e macabri trofei. Perfino Segundo, quello che si presenta come il personaggio più comprensivo, è costretto a una sorta di complicità in alcuni di questi crimini, il tutto ad evidenziare la difficile situazione di molti indigeni che, cercando disperatamente di sopravvivere all’implacabile invasione, contribuirono ulteriormente alla depravazione delle loro terre.

Los Colonos è diviso in due parti tonalmente contrastanti. La prima pone il suo focus nel miticismo western, districandosi fra l’orribile massacro e il successivo incontro con il malvagio colonnello Martin (Sam Spruell). Il regista evita di feticizzare la violenza e di trasformare il suo film in una celebrazione sanguinea gratuita: ci mostra un solo episodio truculento, lasciando al pubblico il compito di immaginare le altre depravazioni di cui questi uomini erano capaci, giocando così in sottrazione. L’effetto, però, è ugualmente disarmante.
Il passaggio alla seconda parte del film è introdotto dalla ninna nanna “All the Pretty Little Horses”, eseguita nella villa di Menéndez a Punta Arenas. Un emissario di Santiago, Vicuña (Marcelo Alonso), fa visita a Menéndez nel tentativo di raccogliere informazioni sulla famigerata furia di MacLennan, suggerendo che i tempi stanno cambiando con un establishment che ora desidera fare pace con gli indigeni. Tuttavia, il clan Menéndez afferma con orgoglio il proprio ruolo nella costruzione della nazione e nella creazione di istituzioni rispettabili. Il regista li filma da angoli acuti, creando un’atmosfera di peccato in agguato dietro il velo proiettato di rettitudine morale.


La costruzione di questa fine del mondo è rappresentata con meticolosa attenzione ai dettagli. La colonna sonora di Harry Allouche tiene il passo con l’atmosfera inquietante, le corde pizzicate e i rudi colpi di batteria delle sue composizioni spesso atonali, danno vita ad un paesaggio musicale tetro e desolato come le campagne protagoniste del film. La fotografia di Simone D’Arcangelo è eccezionale in tutto e per tutto, così angosciante e scarna che possiamo etichettare Los Colonos quasi come un western fantasma, in particolare in una sequenza mozzafiato in cui un massacro è in qualche modo reso mistico dall’essere avvolto in una fitta nebbia. Questa scena è emblematica e sorprendente, evoca un’immagine potente di furia colonialista genocida ridotta ai suoi elementi essenziali più basilari: uomini malvagi ubriachi dell’idea della propria superiorità (immeritata), che si dimenano come predatori nella nebbia di una guerra che solo loro stanno combattendo. Il film si chiude con immagini d’archivio dalle tinte rosse del Cile all’inizio del XX° secolo: un simbolo potente e dilaniante dell’identità intrisa di sangue di questa nazione e del continente.
Los Colonos vi aspetta al cinema dal 7 Marzo, distribuito da Lucky Red, e in streaming in esclusiva su MUBI dal 29 Marzo.
-Angelica

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