Ci sono film che vivono della propia onestà intellettuale, film che non hanno bisogno di rocambolesche risoluzioni di trama, film che non necessitano di un comparto visivo d’avanguardia per essere apprezzati. Ci sono film come Dogman di Luc Besson che semplicemente meritano di esistere e vanno ascoltati, percepiti sotto la pelle, vissuti come un’esperienza personale. Perchè Dogman si nutre – e si consuma – dei propri drammi e, di conseguenza, dei nostri. Perchè Dogman è il ritratto del suo protagonista, Doug, interpretato dal camaleontico Caleb Landry-Jones, fotografia di un antieroe per il quale viene spotaneo provare empatia, perchè cioè che unisce tutti noi, nonostante le mille diversità, è il dolore. Il dolore è universale, ci accomuna, ci stringe in un abbraccio collettivo, ci marchia, ci divora e ci fa sentire umani.

Ed è proprio di umanità che il film di Besson vuole parlare, anzi, della sua assenza il più delle volte. Molto più semplice girarsi dall’altra parte, voltarsi per non essere partecipi della sofferenza altrui e farla propria. Eppure, fra tanta freddezza mascherata da finti sorrisi, un gruppo d’anime s’erge illuminando la via, Doug ed i suoi fedeli randagi, come lui stesso è divenuto a seguito di un’infanzia fatta di abusi e sevizie, dove sono mancate le carezze paterne. Ma l’amore può giungere dai luoghi più inaspettati, un recinto in cui albergano cani da combattimento addestrati per smembrare la carne. Ma queste creature non sono nate per nutrire odio, è l’uomo ad infondere la sua oscura ombra su di loro. Come dice Doug, i cani hanno un solo difetto: si fidano dell’uomo. Ciò nonostante, i cari amici a quattro zampe riconoscono in Doug un cuore puro, e lo accudiscono e proteggono come fosse parte del loro nucleo familiare.

Voi direte, “È il solito film di Besson“. Vi aspettavate qualcosa di diverso? Onestamente non desidero che Wes Anderson sia altro che Wes Anderson, o che David Lynch si snaturi per accalappiarsi un nuovo pubblico. Luc Besson vanta una filmografia di tutto rispetto, costellata di emarginati e sognatori, perchè è di loro che vuole parlare, è per loro che vuole parlare. E il personaggio che porta il volto di Caleb Landry-Jones è la perfetta sintesi degli archetipi più cari al regista francese.
Nikita, violentata psicologicamente, Leon, schiavo di un sistema che gli sta stretto, Giovanna d’Arco, rivoluzionaria contro tutto e tutti, Matilda, bambina che ha dovuto imparare ad essere donna troppo presto. Questi i personaggi più celebri di Besson, outsider ed antieroi, il ritratto di un universo carnale che desidera costantemente la propria libertà, evadendo da quella prigione sociale che li ha etichettati. E Doug è tutto ciò, Doug è tutti loro.


Strappato dai suoi legami di sangue, Doug costruisce una nuova famiglia, sicuramente anticonvenzionale, composta da cani e drag queen con le quali si esibisce ogni venerdì sera. Calca il palcoscenico, suo sogno sin da quando era adolescente, entusiasta di travestirsi e recitare le opere di Shakespeare. Ed ora nuovamente avvolto da costumi di scena e trucchi, volti dipinti dietro ai quali si cela un immenso dolore ma, una volta che vengono messi in risalto dalle luci di scena, ecco che nasce la magia. La fantasia che prende forma, l’immaginario che diviene tangibile, la farsa che ci conquista. Le esibizioni di Doug denotano una primordiale necessità di rivalsa, l’esigenza di alzarsi in piedi – nonostante la sua disabilità fisica – e mostrarsi al mondo.
La Foule di Édith Piaf, brano col quale Doug si esibisce una sera, parla dell’estasi di essere consumati da una folla travolgente e di come quella stessa la folla possa inaspettatamente portarci via qualcuno in un istante. Nel suo testo ritroviamo tutto il tormentato microcosmo di Doug, il suo sogno di vivere una vita fatta di gioie, di passioni, di rispetto. Ma fin troppe volte i suoi desideri gli sono stati strappati via, lasciandolo con un attanagliante morsa attorno al suo cuore. Édith Piaf era una voce unica, segnata da un destino tragico. Solo un’altra donna si contende l’emblema di eroina francese ed ella è Giovanna D’Arco (non a caso Luc Besson ne dipinse il suo ritratto nell’omonimo film del 1999). Molte le somiglianze fra Doug e la cantante francese, a partire da un’infazia travagliata alla malattia (per Édith Piaf la cheratite e due incidenti stradali, per il protagonista di Dogman una lacerazione della spina dorsale che lo costringe alla sedia a rotelle).

Ma come disse la cantante in una sua celebre canzone (che funge quasi da testamento), Non, je ne regrette rien, Doug non rimpiange nulla della sua vita e fino all’ultimo non si tirerà indietro dall’aiutare chi ne ha più bisogno, schierandosi dalla parte degli indifesi, facendosi portavoce delle grida degli oppressi, paladino di una giustizia che non conosce tribunali. E se anche le sue azioni sconfinano nell’illegalità, non si può che tifare per questo antieroe travestito da Marilyn Monroe nel film Gli uomini preferiscono le bionde. “Diamonds are a girl’s best friend“, recitava Marilyn avvolta dall’iconico abito rosa. Per Doug sicuramente i suoi migliori amici sono gli amati cani, per lui come dei figli.
La sbalorditiva performance di Caleb Landry-Jones è la colonna portante stessa di Dogman, film che vive del suo protagonista. Onestamente era da tantissimo tempo che non rimanevo così travolta da un’opera attoriale, tanto da piangere in sala dinanzi alla bravura inestimabile del suo interprete. Resterà sempre indelebile nella mia mente e nel mio cuore quel sincero sorrido di Doug, l’emozione davanti ad un pubblico che lo acclama, l’esplosività della sua passione per il palcoscenico e quell’autentica empatia che lo rendono il più umano fra tutti. E come non lodare anche i suoi amici a quattro zampre, francamente non ho mai visti dei cani così ben addestrati che sapessero esprimere le loro emozioni quasi fossero persone in carne ed ossa.

Dogman è il film che non meritiamo ma di cui abbiamo un estremo bisogno, un’opera arricchita da una colonna sonora travolgente (oltre la già menzionata Édith Piaf, iconica la scena in cui rieccheggia Sweet Dreams degli Eurythmics). Luc Besson ci fa dono di una favola dolceamara in cui il principe si traveste da principessa, circondato dai suoi leali amici, pronto a lottare contro le ingiustizie quotidiane in un mondo che oramai conosce solo l’orrore.
– Angelica
Dogman diretto da Luc Besson arriva al cinema dal 12 ottobre distribuito da Lucky Red.

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