L’Amore Secondo Dalva (2022), recensione: storia di una “donna” che impara a diventare bambina

Che ardua impresa, in questo mondo, diventare donne! Gli anni passano, tutto assume un aspetto più moderno, ma certi dogmi sociali non mutano di una virgola. Da una donna ci s’aspetta ancora un certo percorso prestabilito, dettato da un macrocosmo patriarcale. La donna sanguina – per sua natura – eppure non sembra essere abbastanza. E in un universo in cui si fatica ad essere all’altezza di aspettative che non abbiamo stabilito noi (donne), pensate a quali difficoltà deve sormontare una ragazzina nell’età instabile in cui non si è né troppo bambine né sufficientemente adulte per comprendere qual è il proprio posto nel mondo.

Ed è in questo spettro che si muove Dalva (Zelda Samson), protagonista de L’Amore Seconda Dalva di Emmanuelle Nicot (al suo primo lungometraggio), dodicenne costretta a sostare in una comunità di recupero dopo che i servizi sociali l’hanno strappata dalle braccia del padre, accusato di aver abusato di lei per anni. Dalva, a discapito della sua età, si sente una donna. Si veste con abiti provocanti, si trucca in un certo modo, si atteggia come se i suoi dodici anni fossero solamente un illusione. E questo perché è ciò che le è stato detto di fare, è la sua normalità e tutto ciò che è più consono all’adolescenza lo respinge bruscamente. Eppure per Dalva quella prigionia durata anni non è sinonimo di inferno, anzi dichiara di amare il padre e che niente di ciò che hanno fatto è sbagliato. Una visione surreale per noi, ma è la sua verità.

“Una figlia non può amare suo padre?” – Dalva

Vengono i brividi ad ascoltare le sue parole e la convinzione con la quale professa l’innocenza del padre, ma il film non vuole assolutamente erigersi a tribunale morale, la regista cerca invece di esplorare la metamorfosi di Dalva, una “donna” che impara a diventare bambina, con non poche difficoltà. E riallacciandomi all’introduzione, se non è semplice essere donne, figuriamoci essere bambine in un mondo in cui tutto ai tuoi occhi è estraneo ed alienante. Dalva non sa qual è il suo colore preferito, cosa fare da grande, questo perché la libertà di scelta (e di pensiero critico) le è stata negata fin dalla tenera età quando il padre la prese con sé, portandola via dalla madre e conducendo una vita da fuggiaschi, al riparo da sguardi indiscreti. Ma in questo nuovo capitolo della sua vita, Dalva può scegliere cosa indossare, che musica ascoltare, con chi giocare, attività che per noi sembrano assolutamente normali, ma per lei sono scoperte che a primo impatto la disorientano.

In questo percorso educativo, che sulla carta può apparire un’epopea di una certa pesantezza, L’Amore Secondo Dalva sfrutta l’ingenuità della fanciullezza e tutta la purezza che caratterizza quella splendida età, regalandoci momenti di tenerezza e ironia che alleggeriscono i nostri cuori e l’intera esperienza visiva del film. Perché sì, è un film sull’incesto, ma prima di tutto è un’opera sulla presa di consapevolezza di una dodicenne che da quella gabbia di abusi non voleva fuggire. C’è del gran coraggio nel portare in scena codesto materiale, così disarmante per lo spettatore, ma nella decadente erosione delle convinzioni di Dalva ritroviamo una forza pura, spiazzante, che ci porta a tifare per questa giovane eroina, soldatessa della propria quotidianità.

Un meritato applauso va in primis alla regista e sceneggiatrice, susseguito da un’ovazione al cast, in particolar modo ai giovani – Zelda Samson su tutti – che ci hanno fatto dono di quella nostalgica spensieratezza che è il vestito più appropriato alla fanciullezza. E quanta bellezza c’è nella crescita, nel condividere non solo le risate ma anche i primi sgarri con gli amici, con una famiglia che, pur non essendo consanguinea, sa leggerti ed ascoltarti meglio di chiunque altro. Siate anche voi coraggiosi come Dalva e approcciatevi a questo film con la mente aperta ad accogliere il buio e la luce del suo racconto. Perchè la vita è un cammino verso l’arcobaleno, contornato (ahimè) di tanto in tanto da nuvole minacciose: sta a noi farci carico di diramare l’oscurità.

– Angelica

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