Se nel corso della vita vi sarà capitato di vedere un film western in tv, il termine triello dovrebbe esservi familiare. Comunemente anche definito stallo alla messicana, è una specifica situazione in cui tre persone si tengono sotto tiro, armati, in attesa che qualcuno faccia la prima mossa per sferrare il colpo mortale.
Ed eccoci dunque qui, noi tre cinefile armate in questo caso dell’amata tastiera del computer, intente a condividere la nostra opinione su un film che abbiamo visionato insieme. Nessun’analisi approfondita, non troverete alcun papiro chilometrico che snocciola ogni fondamento della pellicola, ma bensì tre brevi pareri, giusto il tempo di sorseggiare un caffè.
In questo primo triello il protagonista è The Florida Project (Un Sogno Chiamato Florida), film del 2017 diretto da Sean Baker presentato a Cannes nello stesso anno. Che il mexican standoff abbia inizio!

Un Sogno Chiamato Florida è un perfetto esempio di film oggettivamente bello di cui però avrei fatto volentieri a meno. Il regista Sean Baker rappresenta egregiamente la povertà e la disperazione attraverso gli occhi di Moonee, una bambina di sei anni cresciuta da una giovane madre single in un motel a due passi dal parco divertimenti Magic Kingdom. I colori accesi e l’atmosfera serena fanno da sfondo a una storia parecchio deprimente, che ti catapulta in modo spaventosamente realistico nella vita di Moonee e di sua madre. Ma, nonostante il senso di angoscia che pervade l’intera pellicola, il finale del film lancia un messaggio di speranza. Peccato solo che madre e figlia fossero insopportabili a livelli inconcepibili. Io capisco che sia una rappresentazione tristemente veritiera di una certa categoria di persone con cui la vita non è stata affatto gentile, ma nel guardare molte scene mi innervosivo e basta, e purtroppo questo non mi ha permesso di apprezzare a pieno il film.
★★★
– Tiziana

Ciò che ci offre Sean Baker col suo The Florida Project è una fiaba senza incanto, un mondo colorato padroneggiato da un’umanità reietta e annoiata, come i bambini protagonisti, totalmente abbandonati a loro stessi, senza una supervisione adulta e dunque alla mercè del caos. Ma Moonee, forse grazie proprio alla sua giovane età, riesce ad intravedere della magia fra quei motel color pastello, le case abbandonate e gli outlet a tema Disney, trasformando la disillusione in meraviglia. Il film offre un netto contrasto tra l’estetica ammiccante e il degrado che ne pervade, soprattutto nelle scene finali, così ricche di autocritica e che ci ricordano che non esiste magia che possa cancellare il dolore della cruda realtà. The Florida Project, coi suoi tempi dilatati e una fotografia delicata, è riuscito ad ammaliarmi per l’autenticità dei dialoghi e delle interpretazioni dei suoi protagonisti, specialmente dei più giovani. Sean Baker ha dato vita ad un piccolo prodigio, quello di lanciare un incantesimo ed allo stesso tempo illustrarci la verità, non dolce quanto i gelati rubati dalle balorde canaglie protagoniste. Questo è l’universo di Moonee e per almeno un paio d’ore ho avuto il privilegio di viverci.
★★★1/2
– Angelica

Nonostante comprenda perfettamente gli intenti del film – quelli di mostrarci una realtà dura e complicata, che lascia l’amaro in bocca e ci faccia chiedere perché esistano ancora situazioni del genere – non posso dire di essere entrata in simbiosi con il film. The Florida Project non è un film che si vede per la trama, ma per le vicende interne ed esistenziali dei vari personaggi, quindi il focus principale per me era entrare in contatto con loro, ma non è successo. Forse questo bisogno immenso di mostrare una realtà così schietta ha portato all’osso anche il carattere dei personaggi, influenzando, così, l’empatia che potevo provare, facendomi sentire una sorta di disturbo nei confronti di quelle stesse vite che appaiono sfocate e inesistenti nei sobborghi cittadini.
★★1/2
– Francesca
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