La Sposa! (2026), recensione in anteprima: la rabbia femminile oscurata dalla storia d’amore

«Non Ida, non Penelope, nemmeno la sposa di Frankenstein, solo… La Sposa.»

Un po’ Povere Creature, un po’ Joker: Folie à Deux, un po’ Bonnie e Clyde; confusa, spezzettata e riassemblata – come lo stesso Frankenstein – è l’identità de La Sposa!, il nuovo film di Maggie Gyllenhaal con una meravigliosa interpretazione di Jessie Buckley, ma dalle idee non troppo chiare.

Nella Chicago degli anni ’30, Ida è una donna dallo spirito ribelle che viene posseduta dal fantasma della defunta Mary Shelley, che desidera portare avanti la storia del suo celebre romanzo Frankenstein raccontando di una seconda creatura nata dalla scienza, ovvero la Sposa. Lo spirito della scrittrice, interpretato anch’esso da Jessie Buckley, si rivela come un’entità inquieta e passionale, nascosta nell’ombra, ma desiderosa di far sentire ancora la sua voce. La possessione porta alla morte di Ida, il cui corpo verrà utilizzato dalla dottoressa Euphronious per creare una compagna a Frank, il mostro di Frankenstein che ha ormai trascorso oltre un secolo in solitudine e desidera qualcuno con cui avere un legame umano. Nasce così la Sposa, una donna che deve riscoprire sé stessa, senza memoria, ma in qualche modo ancorata alla sua vita passata e alla sua rabbia.

Maggie Gyllenhaal con il suo secondo lungometraggio prova qualcosa di molto più ambizioso e originale rispetto a The Lost Daughter, dando vita a un retelling della storia di Mary Shelley ricco di avvenimenti e sfaccettature, che cuce insieme elementi di horror, noir, gotico, musical, crime thriller e commedia romantica. Insomma, un mischione che funziona solo parzialmente: è di certo interessante la scelta di unire diversi generi come richiamo alla figura del mostro di Frankenstein fatto di pezzi di diversi uomini, ma ciò che manca al film è una coesione narrativa.

Seppur ottimo come esercizio di stile e certamente evocativo e di impatto in alcune scene, quello che pensavo sarebbe stato un forte inno al femminismo e al potere delle donne è stato in parte oscurato dalla “storia d’amore” che rappresenta, a mio parere, l’elemento più debole della pellicola. Non fraintendetemi, sono la prima a dire che per scrivere un’opera femminista non sia necessario annullare la componente romantica, tuttavia ritengo che quest’ultima in casi come questo non debba prevaricare. Ho apprezzato che il film abbia dato una certa importanza anche all’interiorità di Frank, al suo bisogno di essere parte di qualcosa e al suo desiderio di vivere una normale storia d’amore, necessità mostrate soprattutto tramite il suo amore per i film musical, ma, col senno di poi, avrei preferito che l’occhio della regista rimanesse interamente puntato su Ida.

È dalla protagonista, infatti, che scaturisce un fenomeno incredibile: le donne iniziano a ribellarsi prendendola come esempio. La macchia nera che parte dall’angolo della sua bocca diventa un simbolo e l’intera popolazione femminile trae ispirazione dai misfatti della Sposa per scatenare una rivoluzione, destando anche l’interesse della polizia. Qui entrano in gioco il detective Jake Wiles e la sua assistente Myrna Mallow, una donna intraprendente e dalle spiccate doti investigative che si ritrova, tuttavia, relegata a un ruolo secondario. I due seguono la scia di omicidi della coppia di “mostri” e Myrna si rende presto conto di una grande verità: se una donna assassina ha risvegliato così facilmente lo spirito combattivo del gentil sesso, quanto potrebbe essere di ispirazione la presenza delle donne in qualsiasi campo professionale?

Ma negli anni ’30, si sa, non è così semplice, tanto che la dottoressa Cornelia Euphronious è conosciuta al grande pubblico per i suoi libri e le sue ricerche semplicemente come C. Euphronious, a detta sua per una questione di semplicità, ma noi spettatori sappiamo benissimo come stanno le cose: evitare di specificare il suo sesso è l’unico modo che la dottoressa ha per farsi prendere sul serio in ambito lavorativo. Anche Frank, infatti, al suo primo incontro con la donna, le chiede dove poter trovare il dottor Euphronious, senza pensare neanche un secondo che si potesse trattare di lei.

Ida, Myrna e Cornelia sono, dunque, diverse facce della stessa medaglia, in una società che non dà loro credito in quanto esseri umani. Peccato che questo elemento del film, a mio parere il più importante insieme al processo di crescita e realizzazione personale della Sposa, venga troppo oscurato dalla storia d’amore tra Frank e Penelope – nome inventato dal mostro di Frankenstein per far credere alla sua sposa di conoscersi già prima dell’“incidente” che le ha fatto perdere la memoria. Quello che mi chiedo, dunque, è: se il focus del film era l’identità della protagonista, perché puntare così tanto l’occhio sullo sviluppo della relazione tra i due, iniziata comunque sulla base di mille bugie? Eppure, il film mette bene in chiaro quale dovrebbe essere la realizzazione finale della protagonista: il fatto di non essere “la sposa di Frankenstein”, ma soltanto “la Sposa”. Be’, a me ora della fine è sembrata essere comunque “la sposa di Frankenstein”, quindi qual era il punto?

In conclusione, La Sposa! è un film volutamente sconclusionato a livello di ritmo e genere, con interpretazioni potenti e suggestive, degli spunti interessanti, ma, alla fine, senza un punto di coesione. Questo non lo rende certo un film da buttare, ma non può che dispiacermi ogni volta che una voce femminile vorrebbe raccontare la rabbia intrinseca nella vita delle donne, ma finisce per attenuarla o non dare a questa Rabbia con la R maiuscola la centralità che merita.

La Sposa! vi aspetta in tutti i cinema italiani, distribuita da Warner Bros Italia!

-Tiziana

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