Hot Milk (2025): il ribaltamento a specchio dei rapporti umani

Sofia (interpretata da Emma Mackey) e Rose (interpretata da Fiona Shaw), che vivono assieme a Londra, devono spostarsi in Grecia per andare a far visitare Rose dall’ennesimo specialista per la sua malattia: Rose, infatti, è in sedia a rotelle e non riesce a camminare da quando Sofia aveva quattro anni.
Attraverso liti, momenti drammaticamente forti e una storia d’amore tra Sofia e Ingrid (Vicky Krieps), una ragazza del posto, la regista Rebecca Lenkiewicz ci riporta un adattamento del romanzo Come l’acqua che spezza la polvere di Deborah Levy, adattandolo al suo sguardo.

Quello che ne viene fuori è un film che lascia ricordi non trascurabili. La recitazione di Emma Mackye è impeccabile e approfondisce un tratto drammatico ancora più forte rispetto a quello nel quale la si vede in Sex Education (serie originale Netflix.)
L’attrice è un’attrice emergente, ma regge bene il colpo, creano picchi di drammaticità e profonda riflessione, tanto da dare al film dei ritagli psicologici intensi.

Il film è estremamente simbolico.
Ci troviamo davanti a una figlia che ha sacrificato tutto il suo essere per curare la madre e ci ritroviamo una madre che pretende quell’aiuto, perché sa che sua figlia è un essere forte, che può farcela, “Questa storia non ha avuto alcun effetto su mia figlia”, dice, infatti, al medico greco. Questo immenso carico, però, costringe Sofia a mettere in pausa i suoi studi antropologici, ma continua a esserne affascinata e fa continue ricerche, soprattutto sul rapporto tra presente e passato, tra i legami con l’infanzia e come si ribalti sulle scente del presente di un essere adulto.

La Sofia di Emma Mackey ha una forza bruciante, che però viene respinta, viene tenuta al caldo sotto le coperte della sua anima, non può uscire. La claustrofobia le fa da cuscinetto e da condanna e quando Sofia si ritrova in Grecia, sembra spaesata davanti ai paesaggi ampi e senza limiti. Almeria, il posto desertico in cui incontra Ingrid, una ragazza tedesca che vive lì, diventa il suo spazio di allontanamento da un legame viscoso e limbico con la madre. Sofia cerca disperatamente aria, cerca un luogo, esistente o non, in cui possa far esplodere l’acciarino che tiene in mano, ma non osa accendere.

Allora si appiattisce, nelle situazioni, negli eventi, con se stessa: va nel mare, sapendo che ci sono le meduse che l’hanno già punta e ci ritorna, altre punture, altri segni sul corpo; segni forse di una violenza materna non fisica, quando una violenza che tiene dietro le sbarre e non permette di fuggire; o forse la ricercata vicinanza al dolore, ne fugge quando si tratta di sua madre, ma lo rincorre quando si tratta di se stessa, probabilmente per sentire di essere ancora viva, aggrappata a una vita che non le appartiene più, o forse per empatizzare col dolore della madre e ricordarsi che lei, una vita, non se la merita.

Sofia brama l’amore (di Ingrid), pur sapendo che è poliamorosa, e quindi riesce a gestire la rabbia fino a quando non vede uno dei suoi amanti e si rende conto di essere una parentesi e non il mondo intero dell’altra, a differenza sua. Sofia cerca in Ingrid un amore quasi materno, andando alla ricerca di uno spettro amorevole del quale non è mai venuta a conoscenza e a tratti sembra sia così: Ingrid appare più grande e sembra trattarla da persona da accudire, ma il tutto si ribalta velocemente, perché Sofia non sa gestire una vita in cui non sia lei a occuparsi degli altri. Ecco che si arriva alla dimensione dei rapporti-specchio: Sofia fa ciò che non dovrebbe e la madre le permette, anzi, quasi la obbliga, a farlo. Così, allo stesso modo, Sofia si ritrova a passare da persona da accudire a persona che insegna e fa vedere il tragitto, per l’ennesima volta, anche all’esterno dell’ambito familiare.

Presto, la ragazza che da sempre accudisce la madre, diventa una forza furente, che mischia i suoi malumori con il fumo delle sigarette, che fa piccoli dispetti alla madre; Sofia è una donna che, dentro di sé, odia sua madre per averle privato la vita, ma allo stesso tempo ci è attaccata e nemmeno lei riesce a sciogliersi da questo legame così invischiato.

I temi del film sono temi che toccano corde emozionali e ci portano a riflettere sui nostri pattern.
Sofia, così come il Dottor Gomez (della Grecia) studiano pattern, schemi che si ripetono, come nella malattia, così nella vita di tutti i giorni e questa è una storia di pattern ripetuti, di possibilità mancate di dare una virata alla propria vita e scegliere la qualcosa al di là della rete. Rose ha paura della vita, non la vuole, la repudia, non cammina, quindi non può scegliere che direzione prendere, i suoi piedi sono fissi, non posso muoversi su altri sentieri che non siano quelli che l’hanno fatta smettere di camminare anni fa.
Sofia deve scegliere se lasciarsi sulla strada dei piedi bloccati della madre, o camminare con le proprio gambe.

Hot Milk si conferma, per me, un film che dialoga egregiamente con i vari personaggi e con le varie persone che si approcciano alla pellicola.
In alcuni potrebbe non risvegliare niente, in altri potrebbe aprire la mente e io finisco sicuramente nella seconda categoria.

Hot Milk è già disponibile su Mubi!

Francesca

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