L’attesa e il ritorno
Negli ultimi mesi ho attraversato il cinema di David Cronenberg come si attraversa una galleria di specchi deformanti, dove ogni film riflette una parte diversa del corpo e dell’anima. Ho amato la freddezza lucida di Cosmopolis, la carne viva di La mosca, i corpi mutanti di Crimes of the Future. Quando ho saputo dell’uscita di The Shrouds, il suo nuovo film, ero pronta a lasciarmi colpire ancora — ma non immaginavo che avrebbe toccato così da vicino qualcosa di così personale e doloroso.
Trama e spunto narrativo
The Shrouds racconta la storia di Karsh (Vincent Cassel), un uomo che, dopo la perdita della moglie a causa di un tumore, crea un sistema tecnologico che permette di osservare, in tempo reale, la decomposizione dei corpi sepolti all’interno di “cimiteri digitali”. Attraverso uno schermo e un’app collegata, i familiari possono seguire il processo della morte come se fosse ancora un’esperienza condivisa, visibile, presente.
È una premessa inquietante, ma anche incredibilmente vera. Non so voi, ma io ho pensato spesso a quanto darei per poter avere ancora un momento con qualcuno che non c’è più. Anche solo cinque minuti. Anche solo per guardarlo da lontano.
Guardare Karsh osservare ossessivamente i resti della moglie mi ha fatto male. Perché so cosa significa avere paura che le persone che ami possano sparire per sempre.

Lutto e corpo: un’elaborazione dolorosa
In The Shrouds, la morte non è un concetto astratto, ma qualcosa di tangibile, visibile, materiale. Il lutto si incarna nel corpo che si decompone, nel bisogno quasi ossessivo di Karsh di restare connesso a ciò che resta della moglie, anche quando ciò che resta è solo un’immagine scheletrica. È disturbante, sì, ma è anche sinceramente struggente.
Cronenberg ci costringe a guardarci dentro: cosa faremmo, se avessimo il potere di restare a guardare i nostri morti, giorno dopo giorno?
La tecnologia, in questo contesto, diventa un’estensione della sofferenza. Non serve a lenire il dolore, ma a prolungarlo. Lo schermo non consola, ma espone. Eppure, è proprio questo il punto: Karsh non cerca conforto, cerca presenza. La tecnologia gli permette di illudersi che il legame con la moglie non si sia spezzato del tutto. È un modo per non dire addio, per trasformare il lutto in un’abitudine quotidiana.
In un’epoca in cui i nostri ricordi vivono dentro dispositivi, archivi e cloud, The Shrouds ci chiede se siamo ancora capaci di lasciar andare, o se abbiamo bisogno di monitorare anche la morte, di darle una forma visibile per poterla sopportare.
Per me, il dolore è stato personale. Non riesco ad accettare il pensiero che le persone che amo possano morire. E questo film ha scoperchiato qualcosa che avevo cercato di chiudere a chiave: il terrore della perdita, quella paura primordiale di un’assenza definitiva.
Attraverso il corpo, Cronenberg racconta l’ossessione, ma anche l’amore: un amore che non sa arrendersi alla fine.

Continuità e trasformazione – Cronenberg oggi
Chi conosce il cinema di Cronenberg riconosce immediatamente la sua firma anche in The Shrouds. I temi ricorrenti sono tutti lì: il corpo come linguaggio, come campo di battaglia tra vita e morte; la tecnologia come protesi dell’identità; il dolore che si fa carne.
Eppure, questo film sembra portare con sé qualcosa di diverso. Una malinconia più esplicita, una vulnerabilità più intima.
Karsh non è un eroe né un antieroe, ma un uomo spezzato e Cronenberg non lo osserva da lontano, lo accompagna con uno sguardo partecipe, quasi affettuoso, come se questo film fosse anche un modo per fare i conti con un dolore personale — la perdita della moglie, la vecchiaia, la malattia.
Rispetto ai suoi film più crudi o provocatori, The Shrouds si avvicina alle opere più filosofiche e cerebrali del regista, come Cosmopolis o Videodrome, dove la narrazione non segue una linearità rassicurante e il senso sembra continuamente sfuggire. Anche qui, il finale è aperto, nebuloso, forse volutamente incomprensibile. Ma non è necessario capire tutto. In Cronenberg, la comprensione passa prima di tutto dal corpo: dai gesti, dai volti, dalla carne che soffre o resiste.

C’è continuità, ma anche trasformazione. Se prima il corpo veniva esibito nella sua mutazione mostruosa, ora è lo spazio della memoria, dell’attaccamento, della disperazione. La tecnologia non è più solo perversione, ma bisogno. E in questa trasformazione c’è forse l’aspetto più toccante del film: il desiderio di tenere vivo un amore attraverso ciò che resta — anche se ciò che resta fa male da guardare.
Un altro elemento che attraversa il film è la paranoia, quella sensazione crescente che qualcosa – o qualcuno – possa sottrarre anche quel poco che resta. Non tutto è sotto controllo: nemmeno il dolore. Cronenberg gioca con l’idea della perdita doppia — non solo della persona amata, ma anche del diritto di continuare a “guardarla”. Qualcuno, qualcosa, spezza questo legame. E a quel punto il film cambia tono, e si apre a un’altra dimensione del lutto: il sospetto, il delirio, la rabbia.
Durante l’intervista post-proiezione, Cronenberg ha raccontato di essere ateo, e di non credere in un aldilà. Questa informazione dà un peso ancora maggiore al film: la tecnologia, nel suo cinema, prende il posto del sacro, ma non ne ha la consolazione. Non c’è una verità oltre la morte, solo una realtà frammentata da visioni, sogni, proiezioni mentali. Karsh sogna la moglie mutilata dal cancro, vede i suoi lineamenti riapparire in corpi che non le appartengono, ripete a sé stesso “It’s delusional” – e noi spettatori ci ritroviamo nella stessa nebbia.
Non c’è chiarezza, né giustizia, né risposta. Solo la domanda: cosa resta, quando non resta niente?
Un altro elemento che emerge con forza è il tempo: un tempo che non guarisce, ma si cristallizza. In The Shrouds, il passato non passa, il presente è un’ossessione, e il futuro appare come un’illusione vuota. La tecnologia permette di “guardare” il tempo che corrode i corpi, ma non aiuta a lasciarlo andare.
Il dolore, quando non trova un’elaborazione, si trasforma in loop — e in questo Cronenberg sembra dirci che non esiste una linea retta verso la guarigione, solo traiettorie spezzate da cui tentare di ricominciare. Forse anche per questo, il film risuona così profondamente: perché parla di una condizione umana che molti di noi conoscono fin troppo bene. Io stessa, mentre lo guardavo, sentivo come se qualcuno avesse messo in immagini quel senso di sospensione che provo da mesi.

Un film che parla anche a chi resta
The Shrouds è un film sul lutto, ma soprattutto sull’impossibilità di lasciar andare. È un’opera che parla a chi resta, a chi continua a camminare con il peso dell’assenza accanto.
Cronenberg non ci prende per mano, non ci dice che andrà tutto bene. Ti lascia lì, davanti a un dolore che non ha forma, che a volte sembra più grande di tutto. È un dolore che ti attraversa senza chiedere il permesso, e che si incolla al corpo, ai sogni, persino agli schermi.
Guardarlo è stato come guardarmi dentro. Riconoscere la mia paura. Rendersi conto che a volte l’amore non guarisce, ma resta, e nel restare diventa qualcosa di nuovo. Forse più fragile, forse più vero.
E se il senso del film sfugge, forse è proprio perché ci assomiglia. Anche io, mentre cercavo di scrivere queste parole, mi sono ritrovata più volte a perdermi. Perché ci sono dolori che non si possono spiegare, solo attraversare.
“Mi sono reso conto che in fondo il cinema è una specie di cimitero vivente.”
— David CronenbergL’Italia sarà il primo paese al mondo a presentare The Shrouds nelle sale, distribuito da Europictures in collaborazione con Adler Entertainment dal 3 Aprile 2025!
– Francesca
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