“Papà, stiamo per morire?“

Dopo l’annuncio della morte del padre, Blake (Christopher Abbott) decide di tornare in Oregon, la sua terra d’origine, per svuotare la casa che ha ereditato e mostrare a sua moglie Charlotte (Julia Garner) e a sua figlia Ginger (Matilda Firth) i luoghi in cui è cresciuto. Tuttavia, qualcosa di oscuro infesta i boschi intorno alla casa, una creatura mitologica che il padre di Blake ha passato la vita a cercare: un lupo mannaro. Attaccati dall’essere al loro arrivo, Blake, nel proteggere la sua famiglia, rimane ferito e inizia inesorabilmente la sua trasformazione.
Questa è la premessa di Wolf Man, il nuovo film prodotto da Jason Blum. Sappiamo tutti che Blumhouse è una vera e propria hit-or-miss, in quanto casa di produzione di capolavori assoluti, ma anche di assolute disgrazie del cinema horror, dunque, all’annuncio di un reboot di un film degli anni ’40 sui lupi mannari, non sapevo se aspettarmi un nuovo pilastro del genere, o un prodotto puramente commerciale il cui unico scopo è quello di sbancare il botteghino. Le mie aspettative erano tuttavia un po’ aumentate dopo aver saputo che a dirigere il film ci sarebbe stata la mano e la mente dietro a L’Uomo Invisibile.

Seppur si tratti ufficialmente di un reboot de L’Uomo Lupo di George Wagner, il lungometraggio del 2025 Wolf Man, diretto da Leigh Whannell, si distingue per trama, temi e stile. Detto sinceramente, mai avrei pensato che si trattasse di un reboot di tale film, se non fosse stato dichiarato esplicitamente. D’altronde, tutto ciò che i due film hanno in comune è la trasformazione del protagonista in lupo mannaro, ma, a parte ciò, non vi è un singolo elemento che mi permetta di accomunarli. Da una parte questo è sicuramente un bene: una nuova storia può significare una ventata di aria fresca nel genere, la possibilità di affrontare la figura del lupo mannaro, già sfruttata a dovere in anni di cinema, con un tocco di modernità. Purtroppo, Wolf Man sembra più un esercizio di stile che un film con qualcosa di nuovo da raccontare.

Il tema principale è quello della famiglia e del rapporto padre-figlia tra Blake e Ginger. Blake al momento è un padre a tempo pieno, mentre la moglie Charlotte è costantemente immersa nella sua carriera. La piccola Ginger è dunque cresciuta principalmente dal padre, mentre la madre, che passa gran parte della sua giornata al lavoro, ha a malapena un rapporto con la bambina: questo rende Blake il pilastro portante della famiglia, il collante che ne tiene insieme i pezzi. Questo ribaltamento dei classici ruoli famigliari è sicuramente segno di modernità, non è tuttavia niente di mai visto o di particolarmente sconcertante in una società in cui è assolutamente normale che anche le donne si concentrino sulla propria carriera lavorativa. È bello, tuttavia, che questo ribaltamento di ruoli non sia raccontato in chiave comica, come avviene ancora di sovente nei film hollywoodiani in cui la madre lavora e il padre sta a casa con i figli, ma sia invece una normale caratteristica dei protagonisti. Centrale in questo contesto è il rapporto padre-figlia, il legame che unisce Blake e Ginger rappresenta la forza dell’amore, il sentimento che più di tutti ci rende umani: nel processo di perdita di sé del protagonista, a fungere da ancora è sempre la figlia, per cui Blake sarebbe disposto a qualsiasi cosa.

Stilisticamente parlando, l’aspetto più interessante del film riguarda proprio la trasformazione in lupo mannaro del protagonista: lenta, dolorosa, disumanizzante e, soprattutto, inesorabile. Blake lotta con tutto sé stesso per mantenere il controllo, ma l’infezione sembra impossibile da dominare. Affascinante la contrapposizione tra il punto di vista di Charlotte e quello di Blake una volta iniziata la trasformazione. Da una parte Charlotte, che vede il marito dolorante, debole e sempre più incapace di parlare, dall’altra Blake, i cui occhi iniziano ad avere una visione termica, con i colori molto accesi e i contorni sfocati, che parla ma non viene capito e lui stesso inizia a non distinguere a pieno le parole della moglie. Uno spettacolo a dir poco angosciante, che permette allo spettatore di immergersi completamente nella disgrazia di Blake e, dunque, di vedere l’umanità che c’è ancora in lui nonostante la trasformazione.

In conclusione, Wolf Man risulta un film ben realizzato, con dei tocchi di originalità che conferiscono una parziale sensazione di novità al sottogenere, ma che nel complesso fallisce nel tentativo di raccontare qualcosa di effettivamente interessante, almeno a livello di sceneggiatura.
Wolf Man vi aspetta in sala a partire dal 16 gennaio, distribuito in Italia da Universal Pictures.
-Tiziana
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