#RoFF19 – Qui Non È Hollywood (2024), recensione in anteprima: una narrazione spezzata in un caso di cronaca nera funziona davvero?

Sappiamo tutti quanto possa essere difficile parlare di cronaca nera. Al giorno d’oggi è diventato uno dei nostri maggiori interessi, renderci osservatori della vita degli altri forse ci aiuta a ridimensionare i nostri problemi, a guardare tutto con un occhio diverso. Probabilmente, venire a conoscenza di omicidi da brividi, ci fa estrarre dalla nostra vita mediamente monotona, ci fa sentire parte di qualcosa che a noi non accadrà mai.

La storia di Avetrana, però, si concentra proprio su una persona qualunque, è la storia dell’uccisione di una vita monotona, lenta e anche noiosa. Tutti conosciamo il nome di Sarah Scazzi, che sia perché ci siamo informati a dovere anni fa, o che sia semplicemente perché il nome è diventato così popolare che non abbiamo potuto fare a meno di tendere l’orecchio. La scoperta della tragedia ha lasciato tutti scioccati, imbambolati di fronte a una verità agghiacciante.

La serie sulla giovane sarebbe dovuta uscire il 25 ottobre su Disney+, ma dopo un ricorso da parte del sindaco della città della tragedia, intimorito che il titolo originale Avetrana – Qui Non È Hollywood, potesse diffamare la città stessa, la miniserie verrà rinominata Qui Non È Hollywood, mantenendo quindi solo il sottotitolo e togliendo così l’attenzione sulla cittadina.
La storia della serie tv prende spunto dal libro pubblicato da Fandango, “Sarah – La ragazza di Avetrana”, scritto da Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni. Non avendo letto il libro, mi limiterò a commentare la visione della miniserie, che ho potuto vedere per intero grazie alla partecipazione al Festa del Cinema di Roma.

Qui Non È Hollywood parte in modo promettente, la storia ci catapulta immediatamente nella vita della sedicenne Sarah (Federica Pala), costretta a passare il tempo in un posto che odia e con una madre con cui non riesce a parlare senza litigare, che la obbliga a passare i pomeriggi a fare i giri di ronda come testimoni di Geova. Sarah è in cerca di svago, libertà, è una ragazza curiosa e vivace che si affaccia alla vita e che non trova alcuna gratificazione dagli stimoli interni alla famiglia. Le cose cominciano a cambiare nel momento in cui Sabrina (Giulia Perulli), la cugina di ventidue anni, la invita ad andare al mare con i suoi amici e a bere al pub la sera.
Sabrina viene presa in giro dal gruppo perché ormai ha “l’Ivanite”, termine che usano per specificare il fatto che la ragazza si sia presa una cotta per Ivano (Giancarlo Commare), un ragazzo del paese. Sarah comincia ad osservare bene i due avvicinarsi e comincia a sviluppare un senso di affetto nei confronti di Ivano. Sabrina se ne accorge e si innesca un senso di competizione elevato e pericoloso.

Sarah ha bisogno di far parte di qualcosa, ha bisogno di attenzioni. Il padre e il fratello vivono lontani da lei e vorrebbe solo poterli raggiungere, cambiare vita. La sera, al pub, comincia a manifestare un forte di desiderio di voler sparire, diventare un’altra persona per far sì che nessuno possa più trovarla. Tutti danno poco peso alle parole di Sarah, tranne Sabrina, che la tiene sempre sott’occhio e la scredita davanti agli altri.

Quello che accadrà dopo lo sappiamo, o meglio, dovremmo saperlo e qui vi spiego la grande pecca di questa miniserie, che mi sarebbe anche piaciuta se non mancasse questo dettaglio fondamentale.

Considerando il fatto che stiamo parlando di una storia di cronaca nera, il tessuto “narrativo”, se così possiamo chiamarlo, non può lasciare segreti, fraintendimenti o dubbi. Togliendo il lavoro meraviglioso degli attori, specialmente quello di Giulia Perulli, nel ruolo di Sabrina, che fa effettivamente venire i brividi, al solo pensiero che si sta guardando qualcosa di realmente accaduto, manca qualcosa, soprattutto nel finale.
Una storia true crime ben costruita non deve dare per scontato che lo spettatore sia a conoscenza della vicenda e, anche se verso il finale, gli altarini escono fuori, molte altre cose rimangono nel buio. Essendo fan del genere – comprendetemi, non in senso negativo – ho visto molti film e serie che trattavano tematiche simili e per quanto approcciarsi allo spettatore come se già conoscesse la vicenda, è uno stile che si può benissimo utilizzare, non credo che in Qui Non È Hollywood abbia funzionato.

Sappiamo il ruolo importante di Sabrina nella vicenda, ma quello di Cosima e di Michele (rispettivamente Vanessa Scalera e Paolo De Vita) passano in secondo piano. La miniserie si concentra molto sulla vita di Sarah e ci parla poco della sua morte, ci lascia spezzoni qui e là che dobbiamo rimettere apposto. Qualcosa che avrebbe funzionato in un thriller fittizio, ma siamo sicuri che si incastri bene in un’analisi di cronaca nera? Io non ne sono così sicura.

A livello morale o empatico non posso recriminare nulla, c’è una grande delicatezza nella narrazione e un’attenzione ai dettagli caratteriali di ogni persona che è notevole. Questo non è da poco, considerando che si è deciso di creare una trasposizione simile, andando a mettere il dito nella piaga in un evento che ha sconvolto l’Italia intera.

Non posso, però, essere d’accordo con la modalità di narrazione, che mi rendo conto essere molto soggettiva. Dal mio punto di vista, quando si parla di cronaca nera si deve dare per scontato che chi guarda non sappia nulla e si deve pensare che esca dalla sala senza alcun dubbio su come si siano poi concluse le varie situazioni; a maggior ragione se parliamo di un caso che ha subito vari processi e le modalità, i moventi, le persone coinvolte sono un argomento chiaro.

Si sa tutto sulla storia di Sarah e forse non dargli quello sprint finale, insistendo invece su scene spezzate, fa perdere un po’ la contestualizzazione di tutto e sembra far ricadere le colpe su una singola persona, quando sappiamo perfettamente che non è andata così.

Qui Non È Hollywood, la serie diretta da Pippo Mezzapesa, è disponibile dal 30 ottobre su Disney+.

-Francesca

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