
Eileen è il nuovo film diretto da William Oldroyd, tratto dall’omonima storia scritta da Ottessa Moshfegh.
Ci troviamo nel 1950, in Massachussetts. In un carcere penitenziario minorile, Eileen, interpretata da Thomasin Mckenzie, vive la sua vita in modo piatto e succinto, ostacolata da un padre alcolizzato di cui si deve sempre prendere cura, interpretato da Jim Dunlop.
Ogni giornata prosegue in modo lento e noioso, Eileen non ha alcuna soddisfazione personale né lavorativa: il suo lavoro consiste nel registrare i nuovi detenuti, gestire i documenti e presidiare alle visite con i familiari, assieme alle guardie. La ragazza si presenta sempre come un’essenza dissociata da tutto quello che accade, come se le vicende personale dei ragazzi non la toccassero particolarmente. Tutto cambia il giorno in cui arriva una nuova psicologa, Rebecca, interpretata da Anne Hathaway. Rebecca è uno spirito libero; si veste alla moda, fuma sigarette, ha una personalità carismatica e la sua chioma bionda, mai fuori posto, attira gli sguardi di tutti. Rebecca ed Eileen imparano a conoscersi e la ragazza capirà che la donna, arrivata da fuori, ha un animo tormentato che nasconde bene sotto la cipria e i grandi occhi marroni. Ben presto le due si troveranno incastrate in qualcosa di molto più grande di loro, qualcosa che sconquasserà l’esistenza triste e desolata di Eileen.

Il film di Oldroyd tiene fede al romanzo, riscrivendo ogni scena e presentando i vari accadimenti come da manuale. In effetti, già la scrittura della Moshfegh si presenta come un materiale facilmente replicabile sulla pellicola, con le sue frasi dirette, che richiamano sempre forti elementi della realtà e con i suoi personaggi dalla profondità complessa e disagiante, che mettono sempre il lettore davanti ad aspetti crudi che non sempre si vorrebbero sapere degli eroi che leggiamo in letteratura, ma il punto sta proprio qui. La figura di Eileen creata dalla scrittrice è tutto fuorché un’eroina: in lei scorre il sangue della perversione e della difficoltà di stare in un mondo che non percepisce davvero, c’è sempre una patina feroce fra lei e la dimensione quotidiana. Eileen si appiglia a dettagli insulsi e disturbanti per sentirsi parte di qualcosa. La sua è un’esistenza bloccata da quella della figura del padre alcolizzato, che ogni giorno è in procinto di combinare guai che ricadono sulle spalle di Eileen. Notiamo immediatamente, però, che questo è l’unico ambito in cui la ragazza reagisce e si fa carico delle responsabilità, perché per il resto degli eventi è come se si facessero scivolare tutto addosso, facendoci pensare che si tratti di un carattere fortemente depresso, o quantomeno apatico.
L’indizio indicativo, che Oldroyd ha sapientemente riportato sulla pellicola, è la macchina di Eileen, che non smette di buttare fuori fumo mentre lei è alla guida, tanto che si ritrova a dover guidare in pieno inverno con i finestrini abbassati, gelando. È chiaro che il fumo non può essere qualcosa di positivo, ma qualcosa che andrebbe controllato urgentemente, sintomo anche il fatto che la ragazza tossisca sempre nel viaggio tra casa sua e il carcere. Questa macchina malfunzionante funge da allarme per gli spettatori: difatti, Eileen si ritrova spesso stordita dai fumi che inala e questo potrebbe far credere che ciò che accade non stia realmente accadendo, ma che sia, altresì, una dimensione creata dal cervello stesso della ragazza.
Sulle basi di questo, capiamo che il film di Oldroyd si presenta come qualcosa di attinente alla realtà, ma che nasconde situazioni ambigue, che rimangono sulla soglia della veglia e del sonno impetuoso.
Il film appare in tutto e per tutto come una pellicola degli anni Cinquanta: la scelta di mantenere una grana eccessiva conferisce una visione vintage al film. I tagli su Eileen e l’attorialità di Thomasin McKenzie donano profondità al suo personaggio, così come le capacità espressive di Anne Hathaway rendono Rebecca un personaggio indimenticabile, creando un duo che porta avanti tutta la trama del film.

Se vi ho detto in precedenza che la storia di Eileen di Ottessa Moshfegh è ben rappresentata – e in modo fedele – da William Oldroyd, devo però avvertirvi che il finale prende una piega del tutto inaspettata. Avendo letto prima il libro e visionato successivamente il film, vi dirò che ho preferito la versione cinematografica (cosa che raramente mi capita). Personalmente, credo che il finale abbia conferito un approfondimento significativo alla psiche dei personaggi, arrivando a ribaltare la figura di Eileen proposta per il 90% del film.
La storia di William Oldroyd rappresenta la nascita di una violenza silenziosa, che getta i primi semi all’inizio del film e cresce rapidamente arrivando a un’apice di tensione notevole, che sicuramente lascia a bocca aperta. La costruzione del personaggio di Eileen mostra, fin dall’inizio, una persona che è trattenuta da vari impeti che si sforza di contenere, è maggiormente l’impeto sessuale che ci viene mostrato, ottenebrato da una mentalità chiusa, in cui Eileen si fa riccio, auto-limitandosi. Il film è pieno di taboo che rimangono la maggior parte delle volte sottintesi, ma esplodono nelle scene di violenza, non per forza fisica, ma specialmente psicologica, che si allarga come un veleno infestando ogni evento successivo. Quello che Oldroyd ci mostra sembra essere la nascita e l’evoluzione di sentimenti oscuri, che si ripercuotono non solo sulla persona stessa, ma diventano infestanti anche per le persone vicine. La genialità sta nell’accompagnare questa esplosione di violenza con un’apatia fortemente marcata, che tiene sempre a distanza lo spettatore in sala e crea un muro con il film stesso, così come Eileen sperimenta un muro immaginario tra sé e la società.

Eileen tocca temi violenti e istintivi, che indagano la psiche umana nella loro parte più disgustosa e infima, regalando, al contempo, una visione piacevole, da cui se ne esce confusi, ma stranamente attratti.
Eileen vi aspetta al cinema dal 30 maggio 2024, distribuito in Italia da Lucky Red.
-Francesca
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