Monkey Man (2024), recensione in anteprima: il dramma e il sangue dei dimenticati

Dev Patel decide di produrre, scrivere e dirigere Monkey Man, il nuovo film in uscita nelle sale, che lo vede come Kid: protagonista e cardine della storia.

Dev Patel veste i panni di un ragazzo che sopravvive battendosi di notte in combattimenti sul ring. Il suo tratto distintivo è una maschera di scimmia che si cala sul viso ogni notte, rimanendo nell’anonimato e stando ai giochi crudeli delle scommesse su chi sarà il vincitore. La vita di Kid si propone già nei primi secondi di film come una vita dolorosa, letteralmente parlando, considerando che ogni notte torna a casa investito del suo stesso sangue espulso durante i combattimenti. Dorme in una stanza con circa altre cinquanta persone, si sveglia, si batte e si ricomincia daccapo, fino a quando non trova il modo per entrare in un club altamente ricco che ospita solo gente d’élite. È qui che vengono fuori ricordi di un passato oscuro, che riemergono offuscando la percezione di Kid e anche la nostra.

Monkey Man si focalizza su una sete di vendetta disarmante, le persone che sono a capo del club sono le stesse che gli hanno tolto tutto: una casa, una famiglia, una vita intera. Kid ha inghiottito il dolore per anni, ha continuato a sentirlo a livello fisico, ma non è riuscito a soppiantare la sensazione di perdita e di angoscia verso quel sentimento di famiglia andata in fumo, che lo farà sempre vivere a metà, intrappolato in una vita precedente in cui era solo un bambino.

La pellicola appartiene sicuramente al genere del thriller e dell’azione, ma contiene una componente drammatica rilevante, che non lo rilega nei film banali in cui ci si vedono solo pestaggi e sangue senza uno spessore psicologico. Ogni goccia di sangue, in questo film, significa qualcosa e ha un valore. La stessa azione del combattere, per Kid, appare come un rituale di esorcizzazione verso tutti i suoi demoni e le sue paure più grandi. Ogni pugno dato corrisponde a una piccola rivincita e ogni pugno ricevuto ha il sapore di una vita che non potrà mai avere.

L’arco narrativo è strutturato in modo che la storia prosegua senza intoppi e lascia lo spettatore coinvolto, regalando anche atmosfere umoristiche in alcuni casi e scene da lacrime in altri. Monkey Man appare come una storia completa a 360° gradi, che abbraccia ogni aspetto del protagonista e ci regala una storia che funziona e che non comprenda solamente lui. L’India, infatti, viene descritta come un Paese prossimo alle elezioni, in cui ogni partito cerca di valere sull’altro e la scrittura di Monkey Man apre una parentesi interessante e filosofica sulle forme di potere e come esse possano nascondersi negli occhi di chi si profetizza un salvatore spirituale.

Viene indagato, quindi, anche il rapporto tra spiritualità e potere e come essi si relazionino con il protagonista. Anche il passato di Kid risulta essere un cimitero di preghiere indiane, credenze, miti, tutti fantasmi che hanno il sapore del calore familiare, rimasti impressi nella sua mente, plasmandolo in un uomo pronto a perdere tutto pur di vendicarsi e di donare un po’ di calma al turbinio di ciò che è stato.

L’agitazione è l’elemento cardine del film, non c’è un momento di quiete, né per la mente di Kid, né per la visione degli spettatori. I colori creano una variazione simbolica importante e necessaria per la trama: le scene di violenza (che sì, sono numerose e abbastanza crude), sono sempre coperte da forti luci rosse, in cui anche il volto di Kid ne viene incorniciato e reso “plasticoso”, con il sangue che si attacca a ogni espressione facciale e lo rende un emissario di violenza e tormento.

Attraverso la sete di vendetta, i combattimento con la faccia da scimmia e la certezza di non avere niente da perdere, Kid recupera i frammenti del suo passato scheggiato, diventando la persona che ricalibra i poteri sociali e dando un senso non solo alla sua realtà, ma anche a quella degli oppressi, dei dimenticati, degli ignorati.

È per questo motivo che Monkey Man non è solo un film d’animazione, ma è un attento sistema di valutazione della realtà del mondo, che si interseca con la storia personale di Kid, dandogli spessore e contestualizzandola in un mondo il cui primo pensiero è essere e rimanere violenti.

La violenza di Kid non nasce da un suo volere personale, ma dalla diretta conseguenza di dover farsi sentire, di dover sanguinare addosso agli altri per meritare rispetto ed entrare ai vertici di un mondo corrotto, ritrovandosi a doverlo combattere, mettendosi, senza alcuna aspirazione personale, nello stesso posto dei salvatori spirituali, ma cercando una giustizia che abbia un peso e una misura diversi.


Monkey Man, debutto alla regia di David Patel, esce nelle sale italiane dal 4 aprile, distribuito da Universal Pictures Italia. Vi consiglio fortemente di non perdervelo!

– Francesca

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