Siamo tornati nel mondo del nostro amichevole Spider-Man di quartiere. Dopo il successo di Spider-Man: Into the Spider-Verse, arriviamo al secondo capitolo della saga, che più che essere un film completo, si manifesta come una sorta di prima tempo. Eh sì, perché il film viene interrotto da uno dei più bei cliffhanger che io abbia visto, ma andiamo per gradi.

Spider-Man: Across the Spider-Verse, diretto da Joaquim Dos Santos, Kemp Powers e Justin K. Thompson riprende da dove abbiamo lasciato Miles Morales. Dopo aver ripreso i contatti con Gwen Stacy, Miles viene trasportato nel Multiverso e incontra una squadra di Spider-Eroi, che si occupa di proteggere l’esistenza del mondo, anzi, dei mondi.
In questa situazione, Miles si ritrova a dover capire ciò che conta davvero per lui e quali sono i suoi valori.
La storia che viene narrata in questo film è una storia di legami e riscoperte, partendo dal rapporto con i genitori, a quello con gli amici nuovi e ritrovati, le emozioni di ogni personaggio vengono accolte e analizzate nella loro interezza. Potremmo dire, infatti, che la prima parte del film sia stata creata appositamente per entrare ancora di più in contatto con i personaggi della storia: conosciamo i dettagli sulla loro vita, i loro punti deboli, i loro punti di forza e ciò che li lega; è una sorta di background, il momento di riflessione che avviene poco prima di prendere la rincorsa. Perché sì, quello che sì vede dopo è veloce e spaziale.
La tessitura dei caratteri di questo film è un punto cardine della narrazione che si svolge davanti ai nostri occhi. In modo intelligente e per nulla scontato, vengono introdotti temi importanti sul proprio ruolo nella vita e nel mondo, troviamo il tema della responsabilità delle proprie azioni, ma anche una riscoperta del proprio io. Un io che deve capire da che parte sta, quale sia la sua moralità. Il tema del concetto del bene e del male, infatti, è ampliamente approfondito e sembra quasi che una risposta non ci sia: salvare un bene più grande sacrificando alcuni, è sempre la scelta giusta? Quand’è che le azioni fatte per il bene supremo possono ritorcersi contro e diventare un grande male?

Il cattivo del film, “La macchia” entra perfettamente in questo concetto ed è per questo che lui stesso si chiama la “nemesi” di Spider-Man. Entrambi, in qualche modo, non sarebbero dovuti essere ciò che sono e questa dicotomia tra i due personaggi ci da una visione del bene e del male diversa da quello che troviamo spesso nei film dei supereroi.
In questo caso, potremmo parlare, anche più nello specifico, di anti-eroi, proprio perché alcuni personaggi, utili per lo svolgimento della trama, sono assolutamente al limite tra il concetto del bene e del male e questo loro essere morally grey acutizza questa sensazione.
Infatti che sia proprio “La Macchia” ad essere la nemesi di Miles non è scontato, né banale: se si dovesse aprire un parallelismo tra loro, potremmo dire che il villan presenta dei buchi che fanno sprofondare in una dimensione oscura e Miles ne sembra essere stato risucchiato, proprio nel momento in cui deve mettere alla prova se stesso e capire se rispondere all’oscurità o se cercare ciò che lo può far tornare a casa. Qui, parlando in senso metaforico, si vede quanto poi questa rivelazione della nemesi instilli grandi dubbi in Miles e alla fine, anche per lui, è difficile trovare una separazione tra sé e la Macchia, come se i loro aspetti primordiali si congiungessero e ci fosse un’effettiva crisi d’identità.

Ora, veniamo un momento a una delle sensazioni più piacevoli che io abbia mai provato: la grafica di questo film!
Se vi ho detto che all’inizio ci sono scene più di stallo, emotivamente coinvolgenti, ma abbastanza statiche, la seconda parte del film è pura azione, che spacca o schermo grazie alla grafica, la quale appare ancora più coinvolgente del primo film. Il colore che si interfaccia con ogni personaggio e con la propria emotività è affascinante, il fatto che ci siano stili diversi per i vari Spider-Man che si incontreranno nel multiverso fa veramente girare la testa e anche i canonici fan adoreranno molti espedienti stilistici che sono stati introdotti.

Se si guarda ciò che si dicono i personaggi e poi ci si focalizza sul colore attorno a loro, sembrerà di vedere una presenza viva, una sorta di protagonista onnisciente del film, che si muove, che si dispera con i personaggi, che si rallegra, che muta pelle nel momento in cui si toccano altri universi. Una creatura viva e vibrante che fa da regia ad ogni azione della scena.
Ora, come vi avevo premesso su, il film non può considerarsi “concluso” nei termini di storia, è come se fosse finito prima di risolvere tutte le tessere del puzzle. La sceneggiatura che dovremo aspettare per un po’, sarà quindi una sorta di secondo tempo di questa.
Ma vanno spese due parole sul cliffhanger: per quanto io odi non poter dire di aver visto una storia intera, questo risvolto della narrazione è stato uno dei più originali e ben costruiti, a mio parere.
L’unico consiglio: andate assolutamente a vederlo al cinema, perché la qualità della grafica e il modo in cui essa segue le emozioni dei personaggi è un’esperienza non riproducibile al 100% con lo schermo di casa.
– Francesca

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