Avatar: Fuoco e Cenere (2025), recensione in anteprima: sempre la solita solfa, ma più interessante

«La tua Dea non ha alcun potere qui.»

Ho ormai perso il conto di quante recensioni di sequel, remake o reboot ho fatto negli ultimi mesi, eppure, ahimè, questo sembra essere l’unico modo per portare effettivamente le persone al cinema. E se c’è un film che ha sempre portato persone al cinema, be’, quello è sicuramente Avatar, uno dei più grandi successi commerciali di sempre, nonostante, diciamocelo, la trama parecchio banale.

Nel 2009, Avatar è arrivato, ha fatto molto parlare di sé, ha quasi raggiunto i tre miliardi di dollari al botteghino, ha dato il via alla piaga dei film in 3D con gli occhialini più scomodi di sempre (soprattutto per chi, come me, già indossa gli occhiali da vista) e poi è sparito senza lasciare traccia… Tutto questo fino al 2022, quando James Cameron è tornato alla riscossa con il suo piano iniziale di creare una pentalogia di film sugli uomini blu rilasciando Avatar: la Via dell’Acqua, un film che ha fatto un po’ parlare di sé, ha guadagnato quasi due miliardi e mezzo, ha tentato di riesumare la piaga dei film in 3D e poi, anche lui, è sparito.

Ma James Cameron non fa lo stesso errore che fece la prima volta facendo passare tredici anni da un film all’altro, e “solo” tre anni dopo ecco che arriva Avatar: Fuoco e Cenere. Se tra i primi due film della saga c’era un salto temporale significativo, tanto che nel sequel i due protagonisti sono sposati con figli adolescenti, il terzo è una continuazione diretta del precedente, ambientato solo un anno dopo quest’ultimo.

Mentre ancora Jake e la sua famiglia stanno cercando di convivere con il lutto a seguito della morte di Neteyam, figlio maggiore di Jake e Neytiri, nuove minacce incombono sul clan Metkayna, dove ormai i Sully di sono stanziati. Il colonnello Miles Quaritch, infatti, è tornato e questa volta ha dei nuovi alleati: la Tribù della Cenere. Se gli Omatikaya traggono la propria forza dalla loro connessione con la foresta e i Metkayna da quella con l’acqua, la nuova tribù sfrutta il potere della distruzione del fuoco, andando contro tutti i principi fondamentali degli abitanti di Pandora. Nel frattempo, la giovane Kiri scopre un potere che non sapeva di possedere, con conseguenze che potrebbero essere fatali per il suo mondo.

Ormai abbiamo tutti capito che ogni film di Avatar è strutturato esattamente allo stesso modo: gli uomini cattivi vogliono conquistare Pandora perché, da bravi esseri umani quali sono, dopo aver distrutto il loro mondo non vedono l’ora di distruggerne un altro, ma gli abitanti di Pandora si oppongono e tentano di difendere il loro pianeta nonostante le loro armi siano drasticamente inferiori, ma alla fine riescono a prevalere grazie alla loro determinazione e alla loro grande connessione con la natura. Certo, ogni nuovo capitolo introduce qualche novità, che siano nuovi personaggi, nuove rivelazioni su Pandora, nuovi ostacoli da superare, ma non cambia mai davvero le carte in tavola. E, forse, a noi va bene così.

D’altronde, sappiamo tutti che il punto di forza di Avatar non è mai stato la trama, ma, ovviamente, gli effetti speciali. Che cos’è la trama di Avatar se non un complesso pretesto per mettere in scena paesaggi fantasy mozzafiato, creature meravigliose, scontri epici e bombardamenti megagalattici, il tutto condito da uno sgravato effetto 3D? (Io ci scherzo sopra, ma a oggi Avatar è l’unico prodotto audiovisivo che vale davvero la pena guardare in 3D!)

Personalmente, da non amante del film originale, già il secondo capitolo mi aveva conquistata di più grazie ai nuovi personaggi: semplicemente trovo la nuova generazione molto più interessante. Se nel primo film tutto girava intorno a Jake e Neytiri, dal secondo la cerchia dei protagonisti si è nettamente allargata con i tre figli Neteyam, Lo’ak e Tuk, la figlia adottiva Kiri e ovviamente Spider, che è senza dubbio il personaggio più intrigante della saga, per via del suo legame sia con Pandora e i Sully, sia con il mondo umano.

Alla fine, è proprio Spider a incarnare uno dei messaggi più importanti della saga, ossia il vero significato di famiglia. La famiglia è quella in cui sei nato o quella che scegli? O, forse, entrambe le cose? Se già La Via dell’Acqua indagava su quest’incognita, in Fuoco e Cenere è uno dei temi centrali, rendendo Spider – oserei addirittura dire – il vero protagonista della pellicola.

Trovo invece un po’ poco ispirata la capotribù del Popolo della Cenere Varang: se da un lato è interessante il suo percorso di perdita della fede nei confronti della dea Eywa (la voce della verità!), dall’altro trovo un po’ scontato l’accostamento fuoco-malvagità, davvero un concetto trito e ritrito. Tra tutte le popolazioni che abitano Pandora, davvero quella cattiva doveva essere quella legata al fuoco? Eppure, c’erano così tanti modi di introdurre una nuova tribù che andasse ad arricchire la lore della saga!

In conclusione, seppure io consideri oggettivamente Avatar: Fuoco e Cenere più o meno dello stesso livello dei due film precedenti, da un punto di vista di gusti personali è di sicuro il migliore, sia per la centralità di personaggi che ritengo essere intriganti, sia per lo sviluppo di temi che apprezzo sul grande schermo, come la discussione sulla religione e sull’appartenenza.

Avatar: Fuoco e Cenere vi aspetta al cinema a partire da oggi 17 dicembre, distribuito da 20th Century Studios Italia!

-Tiziana

P.S. Ma chi ha pensato che fosse una buona idea far interpretare l’adolescente Kiri da Sigourney Weaver invece che scegliere un’attrice giovane? Io Kiri e Spider li ho sempre shippati, ma il pensiero che lui sia un ventenne e lei una settantenne mi fa abbastanza rabbrividire…

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