«Gli spiriti Heike vogliono che la gente si ricordi che sono stati parte di questo mondo.Tutto ciò che desiderano è essere ricordati. Ecco perché canto le loro storie, per onorare la loro memoria.» – Inu-Oh
A Venezia78 ho avuto la fortuna di assistere alla première dell’ultima opera del regista giapponese Masaaki Yuasa, già noto, tra le altre cose, per Devilman Crybaby e Ride Your Wave. E dire che è stata un’esperienza unica è riduttivo. Sto parlando di Inu-Oh, un film d’animazione drammatico musicale ambientato nel Giappone feudale del XIV secolo, durante il periodo Muromachi.
La pellicola vede come protagonisti Inu-Oh (letteralmente “re cane”), un giovane nato con gravi deformità fisiche e costretto da suo padre a indossare costantemente una maschera, e Tomona, un ragazzo cieco membro di una troupe di suonatori di biwa (strumento tradizionale giapponese simile al liuto) in grado di comunicare con i fantasmi. Inu-Oh presto scopre che ballando il suo corpo riacquista lentamente sembianze umane e, per questo motivo, inizia a fare musica insieme a Tomona, scrivendo canzoni sulle storie dei fantasmi dei guerrieri Heike, morti in una celebre battaglia tre secoli prima.

Strutturalmente parlando, il film si divide in tre parti. La prima costituisce circa un terzo dell’intera durata ed è introdotta dalla narrazione di un suonatore di biwa, che racconta le vicende dei protagonisti tramite musiche e canti tradizionali, concentrandosi in particolare sull’infanzia di Tomona e sul suo percorso per entrare a far parte della troupe di musicisti. Questa prima sezione è caratterizzata dalla presenza costante di musica tradizionale giapponese, sia essa diegetica o extradiegetica, dal tono pacato e malinconico. Il primo atto costruisce un certo tipo di aspettativa nello spettatore che, dopo mezz’ora di film in cui lo stile è costante e ben definito, crede ormai di aver capito a cosa sta andando incontro, ed è proprio a questo punto che l’opera cambia completamente direzione. I due protagonisti decidono di iniziare a fare musica insieme per aiutare Inu-Oh ad acquisire forma umana, Tomona annuncia alla sua troupe di voler raccontare loro una “nuova storia” e si scioglie i capelli. Da questo momento ha inizio il secondo atto, che segue i due ragazzi nelle loro performance eccentriche e colorate.
Inu-Oh e Tomona, insieme a nuovi musicisti, formano una vera e propria band e iniziano a esibirsi per le strade, attirando subito l’attenzione del pubblico grazie al loro sound e al loro aspetto, che si evolveranno a mano a mano che il gruppo guadagnerà popolarità. La musica di questo secondo atto è moderna e rock e il contrasto con quella dell’atto precedente è netto. Le loro performance si evolvono e si fanno sempre più stravaganti, fino al raggiungimento del climax, che porta alla conclusione del secondo atto.
La terza parte, infine, è caratterizzata da quasi totale assenza di musica, che riporta il film al tono malinconico originale.

Inu-Oh è innanzitutto un inno agli artisti dimenticati, a tutti coloro che, nel corso dei secoli, hanno rivoluzionato la musica e il teatro con le loro innovazioni. Tomona e Inu-Oh, infatti, non verranno ricordati nei secoli a venire, ma le loro idee rivoluzionarie saranno alla base della musica moderna. Ma Inu-Oh è anche un racconto di trasformazione e di ricerca della propria identità, con un evidente sottotesto queer (emblematico in questo senso il fatto che il protagonista sia doppiato in giapponese dal musicista genderqueer Avu-chan). Inu-Oh è nato diverso, non è accettato dagli altri e soprattutto non accetta sé stesso e, per questo motivo, si è sempre nascosto dietro a una maschera, ma il suo incontro con Tomona e il loro percorso musicale portano il protagonista a una graduale accettazione del proprio io, ed è a quel punto che il suo corpo “cambia” e lui riesce finalmente a vedersi e a mostrarsi per quello che è. Inu-Oh, inoltre, nasce senza nome e la sua strada verso l’accettazione inizia a seguito della scelta del nome proprio. Similmente, anche Tomona è in cerca della sua identità e cambia ripetutamente nome nel corso del film, scegliendone uno definitivo solo quando farà pace con il suo io interiore. Anche nell’aspetto Tomona subisce un’evoluzione che rispecchia la sua ricerca di identità: i suoi vestiti si fanno sempre meno coprenti e il trucco e l’acconciatura diventano man mano più femminili.

È chiaro dunque che Inu-Oh sia solo superficialmente un film storico e che combini elementi antichi e moderni. L’esempio più lampante di questa unione lo troviamo nel secondo atto, che trasforma la pellicola in un vero e proprio concerto dei protagonisti. Nonostante le loro esibizioni siano quasi del tutto moderne, influenzate da icone quali i Queen e Michael Jackson, e l’utilizzo di strumenti tradizionali si senta appena, le canzoni sono un chiaro riferimento ai poemi epici intonati dai cantori dell’antichità: non solo esse sono un mezzo per raccontare le gesta di antichi guerrieri, ma presentano anche la caratteristica della ripetitività. Sono infatti canzoni che, alla classica struttura strofa-ritornello, prediligono un susseguirsi di sezioni musicalmente identiche, per facilitarne la memorizzazione, proprio come i poemi epici che venivano tramandati oralmente.

Ma quindi a chi può piacere questo film? Inu-Oh è un film sugli artisti, per gli artisti, che vedranno in questa pellicola una celebrazione della creatività, ma anche un riflesso della dura realtà del mestiere e della difficoltà a realizzare qualcosa di permanente. Ma è anche per tutti coloro che si sentono diversi a causa di qualche disabilità fisica o che sono (o sono stati) alla ricerca della propria identità di genere. È un film per gli appassionati di storia e folklore giapponese, ma anche per i fan della musica rock degli anni ’70 e ’80. Insomma, è un film per chiunque voglia godersi novanta minuti di storie di fantasmi, musica eclettica ed esibizioni vivaci e ipnotiche.
-Tiziana
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