“There’s this feeling, once you leave here you grew up, that you don’t totally belong there again.”

Un’estate che non passa mai, una storia frammentata che ci parla di relazioni profonde tra esseri umani, tra il maschile e il femminile, tra padre e figlia. Aftersun è la storia di un’estate in Turchia, un misto di incomprensioni e consapevolezze sentite da Sophie e Calum, due individui che si devono riscoprire e devono comprendere come gestire il loro rapporto e anche la realtà a loro circostante.
La pellicola ritrae scene così puramente quotidiane che a tratti sembra un documentario, complice anche qualche visione ripresa tramite la macchina fotografica, che la bambina usa per registrare il padre.
Le due personalità si incontrano e scontrano di continuo.
Da una parte troviamo Sophie che è in cerca della vita, delle sue emozioni più pure e primitive; dall’altra abbiamo Calum, che di sensazioni ne ha provate così tante da aver quasi steso un velo tra sé e il mondo, per evitare di sentire tutto in modo tagliente. Lo vediamo quasi apatico, incastrato in una realtà nella sua testa, che non sempre combacia con il mondo al di fuori e spesso lo lascia alienato anche nei confronti della figlia.

Non solo i dialoghi sono incisivi, anche le immagini e i colori parlano: spesso, nelle scene in cui viene mostrata la bambina, i colori predominanti sono caldi e gioviali, mentre in quelle in cui si presenta il padre, è il freddo a dominare la scena, ci trafiggono blu intensi o pallidi, luci spente. I colori rispecchiano moltissimo anche l’emotività dei due, c’è un’attenta analisi degli stati mentali dei personaggi, soprattutto in quelli di Calum, che saranno poi un segno decisivo per la trama del film.

Ogni immagine, ogni colore, ogni diapositiva, ogni parola, calibrata attentamente, rappresenta il legame tra i due. A volte ci si accorge di essere spettatori di un rapporto così intimo, perché li vediamo riflessi nella tv, nello specchio, nelle ombre della finestra al calar del sole, come se l’intento del regista fosse quello di farci arrivare a comprendere quanto sia sacro ciò che stiamo guardando, quanto possa essere mosso da fili delicati un rapporto instabile tra un padre e una figlia, che devono racchiudere tutto il tempo che gli è concesso in pochi giorni estivi.

È questo che più si avverte in Aftersun: una corsa affamata contro il tempo e nello stesso momento, una spazientita sensazione di non riuscire a godersi l’attimo presente con le persone che si amano.
Perdita, consapevolezza, accettazione sofferente di rapporti che si perdono, ma che in qualche modo rimangono dentro di noi, anche a distanza di anni, anche dopo l’ultimo ballo in cui ci è stato concesso di vivere davvero l’altra persona.


“I think it’s nice that we share the same sky.”
– Francesca
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