«Ho sempre amato fare le cose con le mani: le ombre cinesi, applaudire, le pippe…» – Uvetta Budini di Raso
Prima di leggere questo articolo voglio che vi fermiate un secondo e pensiate a come vi immaginate una donna “romantica”. Vi siete immaginati una donna che semplicemente ama l’amore e il suo o la sua partner, oppure avete pensato a una donna che vive la sua vita in modo romantico in senso lato?
È proprio su questo duplice significato (e sul fatto che le vicende sono tutte ambientate a Roma) che gioca Pilar Fogliati nel titolo del suo primo film da regista, Romantiche, uscito al cinema il 23 febbraio. Romantiche è una commedia fresca, seppur non particolarmente innovativa nella struttura, che per me fa parte di quelle piacevoli sorprese che il cinema italiano mi sta riservando negli ultimi anni. Una commedia di una donna scritta per le donne. Questo non significa che un uomo non possa apprezzarla, parliamoci chiaro, ma probabilmente saranno le spettatrici donne a identificarsi al meglio con le quattro protagoniste, interpretate tutte dalla stessa Pilar Fogliati.

Romantiche è una commedia a episodi in cui le quattro protagoniste hanno una sola cosa in comune: frequentano la stessa psicologa (interpretata da Barbora Bobuľová) e tramite le loro sedute di terapia scopriamo le loro storie. In primis abbiamo Eugenia, una ragazza palermitana con una grande fiducia in sé stessa che si trasferisce a Roma per diventare sceneggiatrice (ma solo di film di nicchia, mi raccomando). La seconda storia, personalmente la mia preferita, è quella di Uvetta, il cui nome già dice tutto, una ragazza aristocratica che parla un po’ in corsivo, dice “tipo” ogni tre parole e fa abuso di slang inglesi, entusiasta della vita e con la voglia di fare mille nuove esperienze. Successivamente troviamo Michela, una donna semplice e genuina che è tra le pochissime persone della sua età a non aver mai lasciato Guidonia, la sua città natale. Infine Tazia, che non posso definire in altri modi se non con il termine girlboss, una pariolina fissata con l’avere sotto controllo ogni aspetto della sua vita.

Le nostre quattro eroine sono diametralmente opposte l’una all’altra, eppure sono accomunate dal loro modo romantico di vivere la vita. Certo, tutte loro hanno a che fare anche con l’amore romantico, tra interessi amorosi, fidanzati e futuri mariti, ma soprattutto tutte e quattro romanticizzano qualche aspetto della loro vita, sia esso il lavoro, un sogno del cassetto o le loro relazioni umane.

Pilar Fogliati è fenomenale nelle quattro interpretazioni e lo è altrettanto nella scrittura di queste quattro donne. Le sue donne sono forti, vere, carismatiche, imperfette, brillanti, insicure, ma soprattutto estremamente diverse tra di loro. E il punto sta proprio nella loro diversità. Nessuna di loro è presentata come migliore, nessuna è esente da difetti, nessuna spicca particolarmente sulle altre. Pilar Fogliati con il suo film valorizza ogni tipo di femminilità in un mondo in cui, purtroppo, ancora c’è chi vuole farci credere che per essere una “vera donna” devi mettere su famiglia, avere necessariamente un fidanzato, oppure al contrario devi concentrarti sulla tua carriera per autodeterminarti. Devi essere carina, aggraziata, femminile perché le “vere donne” sono così, oppure devi essere acqua e sapone, perché le “vere donne” non hanno bisogno di un quintale di trucco in faccia, oppure ancora devi essere “non come le altre” (chi vuole intendere, intenda). In Romantiche lo spettatore non è mai portato a credere che un tipo di femminilità sia più valido di un altro. Eugenia, Uvetta, Michela e Tazia sono quattro donne meravigliose nei loro pregi e difetti, con i loro sogni e le loro insicurezze, che nel corso della pellicola compiono un percorso alla ricerca di sé e di ciò che possono fare per prendere in mano la loro vita e renderla come più desiderano.

E ora, prima di concludere, ho voglia di aprire una piccola parentesi, perché sento proprio la necessità di elogiare la veridicità del modo di parlare dei personaggi. È difficilissimo imbattersi in un film italiano in cui la gente parla come parlerebbero le persone normali, eppure qua il linguaggio è molto verosimile, seppur diverso in ciascuno dei quattro episodi in base alla protagonista e al contesto in cui vive. In particolare ho amato la parlata di Uvetta, la ragazza aristocratica, mi sono proprio sentita rappresentata da queste frasi mezze in inglese e mezze in italiano, con “tipo” utilizzato come intercalare una parola sì e l’altra pure. Finalmente qualcuno è riuscito a creare un personaggio che usa questo tipo di parlata senza renderlo una semplice macchietta comica (certo, il suo linguaggio è un po’ caricaturale, ma mai esagerato). Uvetta dice costantemente “adoro”, “un botto”, “no vabbè”, “top” e io ho riso tantissimo. Ma non stavo ridendo di lei, stavo ridendo con lei, perché tutte quelle frasi avrei potuto dirle io. A volte mi ritrovavo addirittura ad anticipare una sua linea di dialogo perché sapevo che slang o che espressione avrebbe usato dopo e ho adorato ogni singolo secondo del suo episodio. E sono certa che ciascuno di voi si potrà identificare (per il modo di parlare, per il background culturale, per la personalità o per qualsivoglia caratteristica) in una di queste donne, come ho fatto io.

Concludo quindi invitando tutti voi, ma soprattutto tutte voi, ad andare al cinema a recuperare Romantiche, perché è arrivato il momento che queste commedie italiane smettano di passare inosservate.
P.S. TI AMO ORIETTA ⤵
BERTI
– Tiziana
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