«Di qualunque cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono uguali.»
Che sia in positivo o in negativo, “Cime Tempestose” di Emerald Fennell è senza dubbio uno dei film più chiacchierati degli ultimi mesi. La regista, nota per i suoi precedenti lungometraggi Una Donna Promettente e Saltburn, non è certo una che si nasconde, anzi, è famosa proprio per la sua visione provocatoria del cinema. Con i suoi film Fennell vuole creare scalpore tra gli spettatori e senza dubbio va molto fiera delle sue scene più chiacchierate. La pubblicità e il press tour di “Cime Tempestose” sono quindi stati costruiti a tavolino per esaltare gli aspetti più scabrosi del film, con l’intento di suscitare clamore e far parlare di sé.
Dalla scelta di Margot Robbie e Jacob Elordi per i ruoli di Catherine e Heathcliff – il secondo particolarmente criticato per non essere conforme alla descrizione del personaggio, un uomo dalla pelle scura e per questo discriminato –, alle numerose interviste della regista in cui afferma di aver coscientemente modificato il classico di Emily Brontë, leggendolo in chiave più erotica e con sguardo adolescenziale, alle dichiarazioni dei due attori protagonisti (soprattutto di Robbie nei confronti di Elordi) che sfiorano l’inquietante, tutto è stato impostato a tavolino per ricevere una reazione forte, poco importa se nel bene o nel male.
Ciò che mi chiedo è: a Emerald Fennell importa davvero del materiale sorgente o il capolavoro gotico di Emily Brontë non è altro che un pretesto?

Ammetto di non aver inquadrato del tutto le intenzioni di Fennell a questo giro. Da grande fan di Una Donna Promettente, film con l’incredibile capacità di fare arrabbiare gli uomini con la u minuscola, e da persona che ha comunque apprezzato Saltburn e la visione artistica che la regista ci ha inserito, non sono certa di aver davvero gradito “Cime Tempestose”.
Nessuno vieta a Emerald Fennell di reinterpretare il romanzo originale (d’altronde, lei stessa ha affermato di aver inserito le virgolette nel titolo proprio per quello), ma il film sembra mettere deliberatamente in secondo piano le critiche sociali e i valori fondamentali del classico di Brontë, per concentrarsi sulle “sensazioni”.

Tutto in “Cime Tempestose” è sensazione: i primi piani sui personaggi, le musiche moderne e rimbombanti, l’austerità degli ambienti, la sessualità e persino la morte. Interessante il continuo accostamento tra queste ultime: il film si apre con una scena che, al solo ascolto, sembra un atto sessuale, ma con l’aggiungersi dell’immagine scopriamo che si tratta, invece, di un uomo impiccato il cui collo non si è spezzato con la caduta e che sta dunque morendo agonizzante. Questo abbinamento tra sesso e morte è una costante nell’opera di Fennell, che dimostra una visione originale e provocatoria. Il female gaze all’interno della sfera sessuale della pellicola è palpabile: pur non essendo io una grande amante delle scene esplicite nei film (a dire la verità spesso le eliminerei proprio), ammetto che Fennell riesce in un’impresa impossibile. Le scene sono sensuali prima di essere sessuali e rappresentano appieno i desideri delle donne, dando spazio a una visione femminile e femminista.

I costumi mi hanno suscitato diverse perplessità nel corso della visione: se alcuni sono incantevoli e molto evocativi – seppur non storicamente accurati –, altri li ho trovati semplicemente pacchiani. Uno in particolare indossato da Margot Robbie sembra proprio plastica, non serve neanche che io ve lo descriva, perché appena lo vedrete non avrete dubbi neanche voi.
Poco mi sento di dire sulla sceneggiatura: per essere un film liberamente tratto da Cime Tempestose, la pellicola è abbastanza fedele alla prima metà del romanzo negli avvenimenti. Ciò che cambia è principalmente la lettura dei temi, che hanno subito un brutale appiattimento. Per questo ciò che mi chiedo è: se Fennell non era interessata a rappresentare Cime Tempestose in quanto opera sociale, perché non scrivere una storia da zero? Perché scomodare Emily Brontë, se non per suscitare indignazione tra il pubblico? A questo punto poteva spingersi ben oltre e sconvolgere ancora di più il materiale sorgente, invece che estrapolarlo dalla sua rilevanza artistica per affidargliene una nuova.
Il cinema di Emerald Fennell è provocazione, ma la provocazione non deve esistere senza sostanza. Spero che la regista in futuro non voglia limitarsi a essere etichettata come “quella che fa film provocatori”, ma che si impegni a scavare più a fondo, per stratificare sempre di più le sue opere e renderle degne di una visione artistica a 360 gradi.

In conclusione, il mio giudizio nei confronti di “Cime Tempestose” è lasciato un po’ in sospeso: non sono qua per urlare al capolavoro, ma neanche per abboccare all’amo dell’indignazione che sembra aver colpito il web. Vedo molto chiaramente le potenzialità artistiche di Emerald Fennell e mi auguro che in futuro saprà gestire meglio le sue capacità.
“Cime Tempestose” vi aspetta nelle sale di tutta Italia a partire dal 12 febbraio, distribuito da Warner Bros Pictures.
-Tiziana
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