Amanda (2022), recensione #Venezia79: un improbabile comfort character

«Sai perché non fai mai niente, Amanda? Perché sei troppo impegnata a non fare niente.»

– Sofia, mamma di Amanda

Di film di formazione con protagonisti in età adolescenziale ne esistono una marea, di storie che navigano la dura realtà della vita adulta, un’infinità, ma spesso e volentieri si tende a trascurare quella fascia d’età compresa tra i 20 e i 30 anni, quel periodo della vita in cui, in molti casi, si è troppo giovani per avere certezze in ambito economico e sociale, ma troppo vecchi, a detta dei “veri adulti”, per essere ancora alla ricerca del proprio posto nel mondo.

La protagonista Amanda è proprio in questa fase della vita, ha venticinque anni e non si sente parte di niente, vive di possibilità incompiute, di “avrei potuto” o “avrei voluto”, ma si trova ancora al punto di partenza. Si è da poco trasferita in Italia dopo anni a Parigi e non sa come ricominciare, non ha amici, non riesce a creare legami umani con nessuno, se non con la nipotina di otto anni, e sa di non essere conforme a ciò che viene spesso definita “normalità”. Romanticizza ogni suo incontro con un altro essere umano, convincendosi che una ragazza che non vede da vent’anni sia la sua migliore amica e che un ragazzo con cui ha parlato due volte sia il suo fidanzato. Non ha punti di riferimento più adulti, scontrandosi costantemente con la madre e con la sorella maggiore, che la considerano viziata e incapace di prendersi le proprie responsabilità. Amanda è solitaria e, soprattutto, sola.

Lo stile registico di Carolina Cavalli, di cui Amanda è opera prima, è particolare per il cinema italiano, ricorda di più i film del nord Europa o il cinema indipendente statunitense, con una comicità sottile e basata sull’impassibilità dei personaggi. Rimanda anche a Wes Anderson nelle inquadrature, soprattutto nella prima metà del film, molto statica e simmetrica, mentre invece la seconda metà acquista più dinamicità. I dialoghi sono improbabili, i personaggi si comportano al limite della credibilità. Amanda indossa sempre lo stesso outfit, frequenta sempre gli stessi luoghi. Non ci sono mai indicazioni spaziali o temporali. Anche la scelta di linguaggio è peculiare: Amanda non parla in modo verosimile, ma predilige una struttura sintattica più adatta all’italiano scritto. Emblematico, in questo senso, il suo monologo ad appena qualche minuto dall’inizio del film: “L’ho incontrato cinque anni fa. Quel ragazzo alla cineteca sarebbe potuto essere il mio fidanzato da cinque anni. Avremmo condiviso tutto, per cinque meravigliosi, magari a volte difficili, ma, ehi, questa è la vita… meravigliosi anni”.

Ma quindi, chi mai potrebbe immedesimarsi in Amanda, se è davvero un personaggio così lontano dalla realtà? Moltissimi, a quanto pare. Perché Amanda, nonostante tutto, è il ritratto di una serie di dure verità con cui devono scontrarsi moltissimi ventenni: la difficoltà a stringere nuove amicizie in un contesto in cui non si va più a scuola, la costante sensazione di inadeguatezza, la convinzione di non essere mai abbastanza che sfocia inevitabilmente nell’auto-sabotaggio. Ma Amanda non cerca mai di cambiare per trovare il suo posto nel mondo, al contrario, confida che sia il mondo a cambiare per adattarsi a lei, e questo suo approccio alla realtà è di conforto a tutti gli spettatori che, nella sua stessa situazione, hanno sempre creduto di essere loro quelli sbagliati. Amanda è arrabbiata, frustrata, sola, stramba, sarcastica, eppure, guardando il film, tutti vogliamo essere Amanda.

Fondamentale anche la sua relazione con Rebecca, una ragazza hikikomori, ovvero in ritiro sociale, che non lascia mai la sua stanza e che non ha mai contatti con il mondo esterno. L’ingresso di Rebecca nella vita di Amanda è, per quest’ultima, una luce in fondo al tunnel, la possibilità di avere finalmente un’amica, tanto da considerarla la sua migliore amica dopo aver trascorso insieme appena un paio d’ore. Ma Rebecca è diffidente nei suoi confronti e teme che Amanda possa distruggere il suo equilibrio interiore che cerca disperatamente di mantenere chiudendosi in camera, al punto che lo spettatore non scoprirà prima degli ultimi minuti del film se Rebecca si consideri o meno una vera amica per la protagonista.

Una menzione speciale la merita il cast quasi interamente femminile con la sola eccezione di Michele Bravi alla sua prima esperienza recitativa, che è stato impeccabile nella resa di quel deadpan humour che manda avanti la pellicola. In particolare Benedetta Porcaroli, interprete di Amanda, si riconferma una delle migliori giovani promesse del cinema italiano.

In conclusione, Amanda non sarà un film per tutti, ma riesce a toccare nel profondo quelle persone a cui il film è indirizzato. Carolina Cavalli è senza dubbio una regista esordiente da tenere d’occhio e spero che molti altri, come me, attenderanno con trepidazione i suoi prossimi lavori.

-Tiziana

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