«Portland Row è casa mia, con te e George. Non vado da nessuna parte.»
– Lucy Carlyle a Anthony Lockwood

L’urban fantasy nella letteratura per ragazzi è sempre stato un genere molto apprezzato, ma la maggior parte delle trasposizioni televisive di questi romanzi così fortunati in versione cartacea raramente sono state all’altezza del prodotto originale.
Si pensi ai due film di Percy Jackson (2010, 2013) o alla serie TV di Shadowhunters (2016-2019), prodotti che si sono discostati talmente tanto dalle storie originali da non essere nemmeno considerabili come vere e proprie trasposizioni, ma più come libere ispirazioni. Oppure a film come The Darkest Minds (2018) o Artemis Fowl (2020), che hanno riscosso un basso successo a causa dei troppi tagli alla trama e, più in generale, della cattiva gestione dell’adattamento.
In questo panorama così deprimente di adattamenti falliti e trasposizioni poco fedeli, la serie britannica di Netflix Lockwood & Co. riesce a farsi strada grazie a vari fattori vincenti.
La prima stagione di Lockwood & Co., uscita su Netflix il 27 gennaio di quest’anno, è la trasposizione dei primi due romanzi dell’omonima pentalogia young adult scritta da Jonathan Stroud (già autore della fortunata tetralogia di Bartimeus) e narra le vicende di Anthony Lockwood, Lucy Carlyle e George Karim, tre giovani cacciatori di fantasmi, in un mondo invaso da spiriti in grado di uccidere con un solo tocco e in cui solo i più piccoli sono in grado di vederli e, dunque, di eliminarli.
Sebbene superficialmente le premesse non suggeriscano nulla di troppo originale (la trama rimanda un po’ a Ghostbusters, un po’ a Shadowhunters, il trio invece ricorda, tra gli altri, quelli di Harry Potter e di Percy Jackson), Lockwood & Co. è una ventata d’aria fresca.

La serie non si perde in sottotrame inutilmente ingarbugliate e non si prefissa lo scopo di stupire gli spettatori con una CGI impeccabile o con grandi colpi di scena, ma si concentra innanzitutto sullo sviluppo dei personaggi. Gli avvenimenti, infatti, altro non sono che un mezzo per la crescita interiore dei nostri tre protagonisti, nei quali il giovane pubblico non tarderà a immedesimarsi.
Lockwood, Lucy e George si distinguono per i loro punti di forza, in ordine la leadership, l’abilità pratica e l’intelligenza, ma hanno anche altrettante debolezze che li rendono incredibilmente umani, e sono proprio i loro errori spesso a causare problemi e, dunque, a mandare avanti la trama.
La decisione di accorpare due libri in una sola stagione è stata vincente: il primo romanzo non presenta una trama abbastanza consistente per poter essere sviluppata in modo interessante nel corso di otto episodi e, in questo modo, il ritmo della serie è molto incalzante e non dà tempo allo spettatore di annoiarsi.

Ma ora basta tentare di essere seri, da questo momento in poi questa è una recensione frivola, come la mia costante voglia di consumare prodotti di intrattenimento pensati per un pubblico molto più giovane di me.
Gente, ma quanto è bello il found family? L’idea che, quando sei rimasto solo al mondo o quando nessuno nella tua famiglia biologica ti vuole, puoi comunque essere felice grazie a persone che diventano la tua nuova famiglia? C’è qualcosa nell’idea del found family che mi conforta profondamente e Lockwood & Co. è stata capace di cogliere l’essenza di questo trope. Lockwood, Lucy e George sono soli, ma hanno l’un l’altro. Vivono insieme, combattono fianco a fianco, si supportano e si vogliono bene. Onestamente, io e chi? La mia è invidia pura.

Parliamo invece anche della mia crush per un 2002, sì perché Cameron Chapman, l’attore che interpreta Lockwood, mi mandava proprio in tilt il cervello. Anthony Lockwood, con quei suoi outfit troppo seri, quelle occhiaie costanti come se non dormisse da settimane e quelle sue manie di perfezionismo, alla fin fine non è altro che una versione più soft di Kaz Brekker, chi vuole intendere intenda. Sarà il mio istinto da crocerossina che mi spinge a essere attratta da personaggi come lui, tormentati dai demoni del passato e spaventati dall’idea di affezionarsi a qualcuno? Probabile. Me ne vergogno? Assolutamente no. E poi, diciamocelo, Lockwood e Lucy ship suprema. Raramente trovo la coppia di protagonisti davvero interessante, soprattutto se paragonata con le secondarie, ma in questo caso Locklyle supremacy!

In conclusione, Lockwood & Co. è una serie giovane e fresca che mi ricorda il motivo per cui gli urban fantasy possono funzionare anche su schermo, quindi, caro Netflix, rinnovala o sarà peggio per te.
– Tiziana
P.S. Ma lo sapevate che in questa serie c’è anche Paddy Holland, il fratellino di Tom Holland? Non so voi, ma io ero rimasta a quando aveva 12 anni.

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